Chiedo venia per il titolo dai tratti verbali violenti ed impudici; ma mi piaceva, con un tratto di penna rapido, rendere l’idea.

Con questo titolo non intendo minimamente togliere merito o valore al messaggio presidenziale, anzi intendo sottolinearne l’importanza, cercando di evitare, anche con questo piccolo contributo, che esso cada nell’oblio.

Muoviamo da un breve richiamo al testo costituzionale:

L’Art. 74 della Costituzione prevede che: “Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. L’art. 87 della Costituzione prevede, al comma 2, che questi “Può inviare messaggi alle Camere” ed al comma 5 che “Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti”.

Veniamo al Messaggio.

Con il messaggio mandato agli uffici di Presidenza di Camera e Senato, in occasione della firma e promulgazione della Legge di Conversione del D.L. 76/2020, il Presidente della Repubblica sceglie il percorso di un richiamo garbato al Parlamento, non accedendo alle piene facoltà accordategli dall’art. 74 Cost. sopra trascritto.

Questo il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

“Mi è stata sottoposta, in data odierna, per la promulgazione la legge di conversione del decreto legge 16 luglio 2020, n. 76, recante “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale. ll provvedimento, originariamente composto da 65 articoli, per un totale di 305 commi, all’esito dell’esame parlamentare risulta composto da 109 articoli, per complessivi 472 commi. Come specificato nel preambolo, il decreto-legge intende corrispondere alla duplice esigenza di agevolare gli investimenti e la realizzazione delle infrastrutture attraverso una serie di semplificazioni procedurali, nonché di introdurre una serie di misure di semplificazione in materia di amministrazione digitale, responsabilità del personale delle amministrazioni, attività imprenditoriale, ambiente ed economia verde, al fine di fronteggiare le ricadute economiche conseguenti all’emergenza epidemiologica da Covid-19. Il testo a me presentato, con le modifiche apportate in sede parlamentare, contiene tuttavia diverse disposizioni, tra cui segnatamente quelle contenute all’articolo 49, recante la modifica di quindici articoli del Codice della strada, che non risultano riconducibili alle predette finalità e non attengono a materia originariamente disciplinata dal provvedimento. La legge n. 400 del 1988, legge ordinaria di natura ordinamentale volta anche all’attuazione dell’articolo 77 della Costituzione, annovera tra i requisiti dei decreti legge l’omogeneità di contenuto. La Corte Costituzionale ha in più occasioni richiamato al rispetto di tale requisito. Da ultimo, nella sentenza n. 247 del 2019, la Corte ha osservato che “La legge di conversione è fonte funzionalizzata alla stabilizzazione di un provvedimento avente forza di legge ed è caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare e semplificato rispetto a quello ordinario. Essa non può quindi aprirsi a qualsiasi contenuto, come del resto prescrive, in particolare, l’art. 96-bis del regolamento della Camera dei deputati. A pena di essere utilizzate per scopi estranei a quelli che giustificano l’atto con forza di legge, le disposizioni introdotte in sede di conversione devono potersi collegare al contenuto già disciplinato dal decreto-legge, ovvero, in caso di provvedimenti governativi a contenuto plurimo, «alla ratio dominante del provvedimento originario considerato nel suo complesso» (sentenza n. 32 del 2014)”. Nel caso in esame, attraverso un solo emendamento approvato dalla Commissione di merito al Senato in prima lettura, si è intervenuti in modo rilevante su una disciplina, la circolazione stradale, che, tra l’altro, ha immediati riflessi sulla vita quotidiana delle persone.  L’emendamento è stato quindi trasfuso nel più ampio emendamento interamente sostitutivo dell’articolo unico del provvedimento, testo sul quale il Governo, sia al Senato che alla Camera, ha posto la questione di fiducia. Ho proceduto alla promulgazione soprattutto in considerazione della rilevanza del provvedimento nella difficile congiuntura economica e sociale. Invito tuttavia il Governo a vigilare affinché nel corso dell’esame parlamentare dei decreti legge non vengano inserite norme palesemente eterogenee rispetto all’oggetto e alle finalità dei provvedimenti d’urgenza. Rappresento altresì al Parlamento l’esigenza di operare in modo che l’attività emendativa si svolga in piena coerenza con i limiti di contenuto derivanti dal dettato costituzionale”.

Solo il profondo senso di responsabilità del Presidente della Repubblica ha indotto alla promulgazione, ma severo e circostanziato, con ampi richiami alla giurisprudenza della Consulta, è il segnale che viene mandato all’indirizzo di Governo e Parlamento (che fanno una pessima figura in quest’occasione).

Si deve sperare che il monito non cada nel vuoto. Ciò non tanto in ragione della materia cui inerisce lo strappo fatto dai due organi Costituzionali richiamati, quanto al metodo utilizzato: in meno di una settimana, con un colpo di mano, un maxiemendamento proposto dal Governo al Senato, con l’acclusa riforma del Codice della Strada, viene coronato dalla “questione di fiducia” e dì rimbalzato alla Camera sempre con la stessa “questione”.

Il tema impatta seriamente con il voto che dovremo esprimere al prossimo referendum costituzionale; a cosa servono i parlamentari, pochi o molti essi siano, se non sono in grado di ribellarsi al diktat del Governo, per la paura che una crisi di Governo possa determinare la perdita dello status di parlamentare e l’avvio di nuove elezioni?

In maniera minore, poi, il tema impatta sul codice della strada; parva materia anche modificata poco e male, in questa occasione, inserendo materiale che non meritava alcuna urgenza di trattazione. Una manovra tanto spericolata quanto stupida, atteso che le modifiche non sono di sconvolgente impatto e sono un mix malconcio tra: recupero di vecchissime proposte ANCI; sistemazioni testuali; manovine di palazzo; rilancio di un certo spirito di mobilità ciclistica. Insomma, ci vien da dire che, per l’ansia di consentire alle biciclette di circolare contromano (in condizioni tutte da verificarsi) si siano infilati nello “strappo” le istanze più disparate.

Da qui una domanda: ma i Parlamentari si sono accorti del fatto che (ma manco lo avranno capito) è stato eliminato dall’ordinamento l’unico rimedio gratuito accordato ai cittadini per dolersi di un segnale stradale illegittimo? Sparisce il ricorso gratuito al MIT contro i provvedimenti che definiscono le regole di circolazione stradale; chi ne sarà danneggiato dovrà ricorrere al TAR e null’altro potrà fare. Quindi, dalla gratuità alla onerosità… se un divieto di sosta sotto casa mia mi pare illegittimo… mi toccherà spendere qualche migliaio di euro per far valere il mio diritto alla sosta libera….

Ma questa è quasi una nota di costume.

Quelle che pesano, sono le parole del Presidente della Repubblica.

 

Pino Napolitano

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Informazioni sull'autore

Pino Napolitano

Avvocato, dirigente comunale, Dottore di ricerca e specializzato in Diritto Amministrativo.

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