In Italia –Paese notoriamente omertoso- la legislazione in merito alla protezione delle “gole profonde” è ancora agli inizi. L’art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 (venendo a costituire un apposito articolo 54 bis nel D.lgs n°165/2001) ha disciplinato per la prima volta la figura del “dipendente pubblico che segnala illeciti”, al quale viene offerta una parziale –e del tutto insufficiente- forma di tutela.

A questa norma dalla difficile utilizzo si è sovrapposta la previsione dell’articolo 19 comma 5 del D.L. n°90/2014 (convertito con Legge n°114/2014), a mente del quale l’ANAC, tra l’altro, riceve notizie e segnalazioni di illeciti, anche  nelle  forme di cui all’Art. 54-bis del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Ciò implica che, il nostro «whistleblower», potendo segnalare direttamente all’ANAC, resta oltremodo protetto e quindi ben più propenso che in passato a denunciare le illegalità che, secondo la sua percezione, sono commesse nell’amministrazione per cui lavora.

Fatta la correzione di rotta sul piano normativo, non è mancato all’ANAC di rendere la norma immediatamente efficace; con comunicato del 22 ottobre 2014 è stato annunciato che è stato aperto un canale privilegiato a favore di chi, nelle situazioni di cui si è detto, scelga di rivolgersi all’Autorità e non alle vie interne stabilite dalla Pubblica Amministrazione di appartenenza. “E’ perciò istituito un protocollo riservato dell’Autorità, in grado di garantire la necessaria tutela del pubblico dipendente: saranno assicurati la riservatezza sull’identità del segnalante e lo svolgimento di un’attività di vigilanza, al fine di contribuire all’accertamento delle circostanze di fatto e all’individuazione degli autori della condotta illecita”.

Dubbi ancora persistono sul confine tra diffamazione, calunnia e diritto/dovere di denunciare; fatto sta che la strada per la delazione totale, nel segno della ritrovata onestà del funzionario pubblico è aperta e percorribile.

Pino Napolitano

P.A.sSiamo

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