Si ha diritto ad avere la riduzione in pristino fittizia o essa costituisce un eccezione al sistema?

A questo quesito, risponde, in maniera ricorrente, la giurisprudenza amministrativa presa da ricorsi avverso ordinanze di ripristino che, a detta dei ricorrenti, non hanno contemplato la possibilità della monetizzazione del ripristino prevista dall’articolo 33 comma 2 del DPR 380/2001.

Queste le norme in esame:

1. Gli interventi e le opere di ristrutturazione edilizia di cui all’articolo 10, comma 1, eseguiti in assenza di permesso o in totale difformità da esso, sono rimossi ovvero demoliti e gli edifici sono resi conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistico-edilizi entro il congruo termine stabilito dal dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale con propria ordinanza, decorso il quale l’ordinanza stessa é eseguita a cura del comune e a spese dei responsabili dell’abuso.

2. Qualora, sulla base di motivato accertamento dell’ufficio tecnico comunale, il ripristino dello stato dei luoghi non sia possibile, il dirigente o il responsabile dell’ufficio irroga una sanzione pecunaria pari al doppio dell’aumento di valore dell’immobile, conseguente alla realizzazione delle opere, determinato, con riferimento alla data di ultimazione dei lavori, in base ai criteri previsti dalla legge 27 luglio 1978, n. 392, e con riferimento all’ultimo costo di produzione determinato con decreto ministeriale, aggiornato alla data di esecuzione dell’abuso, sulla base dell’indice ISTAT del costo di costruzione, con la esclusione, per i comuni non tenuti all’applicazione della legge medesima, del parametro relativo all’ubicazione e con l’equiparazione alla categoria A/l delle categorie non comprese nell’articolo 16 della medesima legge. Per gli edifici adibiti ad uso diverso da quello di abitazione la sanzione é pari al doppio dell’aumento del valore venale dell’immobile, determinato a cura dell’agenzia del territorio.

Questa la posizione della giurisprudenza.

 

La norma (comma 2) costituisce eccezione a quella contenuta nel primo comma dello stesso articolo, il quale sanziona con l’ingiunzione al ripristino la realizzazione di opere di ristrutturazione edilizia in assenza di titolo o in difformità da esso. La sanzione ordinaria consiste dunque nel ripristino, mentre quella pecuniaria può essere applicata solo al ricorrere di particolari circostanze tali da rendere il ripristino dello stato dei luoghi impossibile (T.A.R. Lombardia Milano Sez. II, Sent., 12-03-2014, n. 628. cfr. T.A.R. Puglia Bari, Sez. III, 4 aprile 2013 n. 471). In ogni caso va osservato che, secondo la giurisprudenza, proprio in quanto la demolizione costituisce sanzione principale che l’ente deve comunque in prima battuta irrogare, il giudizio sintetico – valutativo, di natura discrezionale, circa la rilevanza dell’abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria può essere effettuato soltanto in una fase successiva a quella di emanazione del provvedimento che ingiunge la demolizione stessa, e cioè quando il soggetto privato non abbia ottemperato spontaneamente e l’organo competente, per tale motivo, emetta l’ordine di esecuzione in danno. Pertanto, soltanto nella predetta seconda fase può formularsi il giudizio di illegittimità dell’ingiunzione a demolire (cfr. T.A.R. Lazio Roma, Sez. I, 4 aprile 2012 n. 3105; id., 2 marzo 2012 n. 2165).

Pino Napolitano

P.A.sSiamo

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