L’avvocato con l’etica del Piranha e l’abuso di processo.

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L’avvocato con l’etica del Piranha e l’abuso di processo.

Quant’è bella la sentenza della Corte di cassazione (sezione III) n°7409/2021. Mi ha così emozionato la sua lettura che intimamente spero che ciascun consiglio dell’ordine forense la utilizzi come leading case per le tanto sottovalutate lezioni di deontologia professionale.

Una sentenza che parla dell’abuso di processo che fanno alcuni avvocati, quando vogliono esagerare nel loro atteggiamento da “piranha”, nei confronti di elefantiache amministrazioni pubbliche che non sempre hanno tempo e modo di difendersi dai piccoli, ma dolorosi, morsi che questi pestiferi ed aggressivi pesciolini danno.

Il caso è il seguente:

Un tizio propose dinanzi al Giudice di pace opposizione a sanzione amministrativa, comminata per violazioni al C.d.S.. Vinse la causa, ed il Giudice di pace gli liquidò a titolo di spese legali la somma di Euro 60. Il 30 luglio 2009 il Comune soccombente informò il difensore del ricorrente che a partire dal 3 agosto 2009 sarebbe stata a sua disposizione la somma di Euro 82,62, in virtù dell’emissione di un mandato di pagamento. Invitò altresì il creditore a ritirare la suddetta somma. Dopo un anno e mezzo da questi fatti, l’avvocato del ricorrente iniziò ugualmente l’azione esecutiva nei confronti del Comune di Roma, intimando precetto per l’importo di Euro 622,32. Questo importo venne determinato dal creditore aggiungendo al credito indicato nel titolo esecutivo (costituito, come s’è detto, dalla sentenza di condanna al pagamento delle spese di lite del giudizio di opposizione a sanzione amministrativa) le spese successive di esecuzione. Il Comune propose opposizione all’esecuzione, deducendo di avere già adempiuto la propria obbligazione emettendo il mandato di pagamento sopra ricordato nel termine di 120 giorni, di cui al D.L. n. 669 del 1996, art. 14, conv. dalla L. n. 30 del 1997 (secondo cui “le amministrazioni dello Stato, gli enti pubblici non economici e l’ente Agenzia delle entrate – Riscossione completano le procedure per l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali e dei lodi arbitrali aventi efficacia esecutiva e comportanti l’obbligo di pagamento di somme di danaro entro il termine di centoventi giorni dalla notificazione del titolo esecutivo. Prima di tale termine il creditore non può procedere ad esecuzione forzata nè alla notifica di atto di precetto”). Il Giudice di pace con sentenza n. 37391 del 2013, definendo la fase di merito dell’opposizione, la accolse, e dichiarò che il Comune aveva pagato quanto dovuto nel termine di 120 giorni dalla notifica della sentenza. La decisione venne appellata dal soccombente. Con sentenza 14 marzo 2017 il Tribunale rigettò il gravame. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione; stando all’unico motivo di ricorso “ll Tribunale ha erroneamente ritenuto legittima “la sottrazione arbitraria di Euro 5,30 a titolo di spese, malgrado il creditore non avesse mai avanzato alcuna formale richiesta al tesoriere“. Ha resistito con controricorso il Comune.

Con sentenza Cass. civ. Sez. III, del 17-03-2021, n. 7409, il Collegio, rigetta il ricorso, dà una sonora bastonatura a questo pervicace ricorrente ed impartisce una lezione straordinaria sulla nozione di “abuso di processo”.

Ecco le vive parole della motivazione:

“… l’odierno ricorrente col presente ricorso, e prima ancora con la sua iniziativa in executivis, ha compiuto un abuso del processo, tanto evidente quanto indiscutibile. Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte l’abuso del processo è una condotta caratterizzata da un elemento oggettivo ed uno soggettivo. Sul piano oggettivo si ha abuso del processo quando lo strumento processuale viene utilizzato per fini diversi ed ulteriori da quelli suoi propri, ed illegittimi. Non, dunque, per tutelare diritti conculcati, ma per crearne di nuovi (ed ingiustificati) ad arte, ovvero per nuocere con intenti emulativi alla controparte. Sul piano soggettivo si ha abuso del processo quando la condotta di cui sopra venga tenuta in violazione del generale dovere di correttezza (art. 1175 c.c.) e buona fede (art. 1375 c.c.). Il dovere di correttezza (come si legge al p. 558 della Relazione al codice civile) “è (…) spirito di lealtà, (…) di chiarezza e di coerenza, fedeltà e rispetto a quei doveri che, secondo la coscienza generale, devono essere osservati nei rapporti tra consociati”, e consiste nel richiamare il creditore a prendere in considerazione l’interesse del debitore. Il dovere di buona fede, dal canto suo, impone al creditore di accettare l’adempimento anche inesatto, se lo scostamento rispetto a quanto dovuto sia minimo, ed insuscettibile di arrecare un apprezzabile pregiudizio all’interesse del creditore. In definitiva, costituisce abuso del processo qualsiasi iniziativa processuale intesa a conseguire un ingiusto vantaggio distorcendo i fini naturali del processo civile. L’abuso del processo è oggi implicitamente riconosciuto dal legislatore alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 2 quinquies, lett. (d), ma già in precedenza ammesso dalla giurisprudenza di questa Corte (Sez. 1, Ordinanza n. 30539 del 26/11/2018, Rv. 651878-1; Sez. 6-1, Ordinanza n. 25210 del 11/10/2018, Rv. 651350-01; Sez. 1, Sentenza n. 24698 del 19/10/2017, Rv. 646580-01; Sez. 5, Sentenza n. 22502 del 02/10/2013, Rv. 628806-01). L’abuso del processo comporta l’inammissibilità della domanda (Sez. 2, Ordinanza n. 24071 del 26/09/2019, Rv. 655360-01). Ciò posto in astratto, questa Corte rileva nel caso specifico che l’odierno ricorrente, contestando all’amministrazione comunale di avere indebitamente trattenuto 5 (cinque) Euro, ha rifiutato l’adempimento offerto il 30 luglio 2009, per pretendere poi – un anno e mezzo dopo – il pagamento dell’importo di Euro 633, dieci volte superiore a quello portato dal titolo esecutivo. Ricorre dunque tanto l’elemento oggettivo dell’abuso del processo, in quanto l’esecuzione minacciata dall’odierno ricorrente altro scopo non risulta avere che l’illegittima lievitazione del credito; quanto l’elemento soggettivo, dal momento che qualunque persona avrebbe potuto, con l’ordinaria diligenza, avvedersi della insostenibilità d’una simile censurabile tecnica moltiplicatoria dei crediti. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, sotto questo profilo, in applicazione del seguente principio di diritto: “se il debitore ha l’obbligo di adempiere puntualmente la propria obbligazione (imposto dall’art. 1176 c.c.), il creditore ha quello non meno cogente (imposto dall’art. 1175 c.c.) di collaborare col creditore per facilitarne l’adempimento; di non aggravare inutilmente la sua posizione; di tollerare quei minimi scostamenti nell’esecuzione della prestazione dovuta che siano insuscettibili di arrecargli un apprezzabile sacrificio. Il creditore il quale, violando tali precetti, introduca un giudizio vuoi di cognizione, vuoi di esecuzione, il quale altro scopo non abbia che far lievitare il credito attraverso la moltiplicazione di spese di esazione esose ed evitabili, compie un abuso del processo, il quale comporta l’inammissibilità della domanda sia in sede di cognizione, sia in sede di esecuzione, sia in sede di impugnazione”.

Qualunque ufficio pubblico che gestisce la trattazione delle spese di lite può saggiamente prelevare questo principio e farlo presente agli avvocati creditori.

Non sempre i Comuni hanno tempo e risorse per opporre controricorso contro queste piccole azioni parassitarie, ma quando lo fanno, portano a casa qualche soddisfazione non di poco momento.

Prova della soddisfazione: condanna del ricorrente a pagare la somma di Euro 900 ex art. 96 c.p.c., comma 3, oltre interessi legali dalla data della sentenza in favore dell’Amministrazione resistente; versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

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