Il reato di lesioni personali è una delle fattispecie dei delitti che offendono l’integrità fisica o psichica della persona ed è disciplinato dal codice penale all’art. 582, il quale stabilisce che “chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni”.

La fattispecie incriminatrice è relativa alle lesioni personali “dolose” distinte da quelle colpose cui l’ordinamento penale dedica una disciplina ad hoc, nell’art. 590 c.p.

Il bene giuridico tutelato

Il bene tutelato dalla norma è l’incolumità fisica e psichica della persona (nonché l’interesse dello Stato all’integrità psico-fisica dei consociati); risultano escluse, pertanto, sia l’offesa all’incolumità pubblica, verso un numero indeterminato di persone (punita in altra parte del codice penale, cfr. artt. 422 e ss. c.p.), sia le autolesioni (che, analogamente, possono assumere rilievo in altre fattispecie incriminatrici). Il contenuto del concetto di “incolumità individuale”, espressamente protetto dalle fattispecie di cui agli artt. 582 e ss. c.p. viene ad identificarsi con il più ampio e dinamico concetto di “salute” costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. n. 2437/2008).

Soggetto attivo e passivo del reato

 

Trattandosi di reato comune, il soggetto attivo, come recita la stessa norma penale, può essere “chiunque” cagioni ad altri una lesione personale. Il soggetto passivo è, invece, la persona cui la lesione è stata cagionata, se dalla stessa deriva una malattia, nel corpo o nella mente, come dispone expressis verbis l’art. 582 c.p., e non già una mera sensazione di dolore, vertendosi in tal caso in materia di delitto di percosse ex art. 581 c.p. (Cass. n. 15420/2008). Tutt’oggi controversa è la configurabilità del delitto in capo al feto. Per parte della dottrina, sarebbe esclusa giacché il feto non può considerarsi persona vivente, ovvero capace di vita autonoma rispetto all’organismo materno (cfr. tra gli altri, Cornacchia, Canestrari).  Per altra parte, invece, le lesioni prenatali potrebbero ricondursi al reato di cui all’art. 582 c.p. ove abbiano effetti postnatali: in altre parole, il reato di lesioni in danno del feto potrebbe ritenersi consumato al momento della nascita (cfr., tra gli altri, Zagrebelsky, Zanchetti).

La condotta

 

Le lesioni personali rappresentano un reato d’evento a forma libera, che, pertanto, può essere commesso con qualunque mezzo in grado di sottoporre la persona altrui ad una violenta manomissione (Cass. n. 9448/1983), compresi un urto e una spinta intenzionale (Cass. n. 12867/1986), anche mediante omissione (Cass. n. 41939/2006) e persino con una condotta priva di violenza fisica, ma in grado di cagionare malattia (come ad es. nel caso di esposizione alle intemperie, privazione di cibo, ecc.), emissione di fumi industriali insalubri (Trib. Rovereto 17.1.1969); spruzzo di sostanze (spray) urticanti (Cass. n. 6371/2010) (ecc.). Secondo la lettera dell’art. 582 c.p. inoltre il reato descriverebbe due eventi (la lesione e la conseguente malattia); tuttavia, la dottrina prevalente (cfr. Antolisei, Mantovani, ecc.) ritiene che l’espressione indichi un unico evento, quello della malattia. 

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