Se il dirigente di un ufficio tecnico comunale omette di emanare l’ordinanza prevista dall’articolo 30, commi 1 e 7, del D.P.R. 380/2001, commette il il reato di cui all’art.328 c.p., comma 1?

No, certamente, ci dice la Cassazione.

Tuttavia, mica vero che non commette alcun reato!

La Suprema Corte, ha costantemente ritenuto che ad integrare la fattispecie del rifiuto non basta che questo abbia per oggetto un qualsiasi atto d’ufficio, ma è necessario che ricorrano anche due imprescindibili condizioni: a) che l’atto sia da compiersi per ragioni di giustizia o sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, dovendo quindi trattarsi di un atto “qualificato”; b) che l’atto debba essere compiuto senza ritardo, dovendo trattarsi quindi di un atto “indifferibile”.

 Le ragioni indicate nella fattispecie incriminatrice, che tipicizzano l’atto da compiersi urgentemente, sono qualificate della causa dell’atto, che deve essere emanato per una di quelle tassative ragioni, e non dall’atto in sè, con la conseguenza che le ragioni di giustizia sono tutte quelle che hanno a che fare con l’emanazione o con l’esecuzione di provvedimenti giurisdizionali, o comunque con lo svolgimento di attività giudiziarie. 

 

Di ciò non si è mai dubitato ed anzi si è discusso se gli atti di competenza dell’autorità amministrativa, per quanto specificamente riguarda la normativa edilizia ed urbanistica, rientrassero nelle ragioni di ordine pubblico (giammai nelle ragioni di giustizia che sono generalmente assicurate dai provvedimenti cautelari penali e dalle misure di sicurezza patrimoniali), pervenendosi alla conclusione che detta materia non poteva rientrare neppure nel più generale concetto di ordine pubblico, ai fini della configurazione del reato di rifiuto di atti di ufficio, perchè, nel momento storico nel quale la modifica normativa interveniva, la relativa materia aveva acquistato una notevole rilevanza penale, sotto il profilo statistico criminale, ed una sufficiente autonomia giuridico concettuale, che avrebbe indotto il legislatore ad uno specifico richiamo (Sez. 6, 21/01/1992 non mass.). Nel caso di specie l’ordine di sospensione ex art. 30, comma 7 cit. D.P.R. non è un atto che deve essere emanato per ragioni di giustizia, trattandosi di un provvedimento cautelare amministrativo che ha lo scopo di impedire che dalla prosecuzione di lavori illeciti derivi un danno di maggiori dimensioni all’assetto urbanistico del territorio e dunque deve essere emanato per ragioni diverse non solo da quelle inerenti all’attività giurisdizionale vera e propria, ma anche diverse da quelle che attengono all’attività d’indagine del P.M. o all’attività di polizia rivolta all’accertamento del reato o all’attuazione del diritto obiettivo, nel pubblico interesse, da parte dei predetti organi.

Tuttavia la mancata configurazione del reato di omissione in atti d’ufficio non implica la derivata insussistenza del reato di abuso d’ufficio, “tanto più che, nella specie, l’accusa prospettava che il funzionario avesse deliberatamente omesso di emanare l’ordine di sospensione dei lavori al fine di procurare un indebito vantaggio ai proprietari dell’immobile in costruzione, sicchè il comportamento omissivo, se insuscettibile di integrare il reato di omissione in atti d’ufficio, ben poteva integrare l’elemento materiale del reato di abuso in atti d’ufficio”. (Cass. pen. Sez. III, 05-02-2014, n. 5688).

Pino Napolitano

 

P.A.sSiamo

 

 

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