Legittimo il diniego di residenza in un immobile abusivo.

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Legittimo il diniego di residenza in un immobile abusivo.

Un comune del veneto comunicò alla Prefettura di non ritenere possibile il rilascio della residenza in un edificio abusivo, in quanto l’art. 5 del D.L. 28 marzo 2014, n. 47, convertito in L. 23 maggio 2014, n. 80, prevede che chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto devono essere considerati nulli.

Denegata la residenza in parola, uno dei soggetti interessati ha presentato ricorso alla Prefettura avverso il provvedimento di respingimento della richiesta di residenza. Il Prefetto accogliendo il ricorso ha decretato la residenza degli istanti all’anagrafe del Comune zelante. Nella motivazione il provvedimento osserva che il citato art. 5 del D.L. n. 223 del 1989 persegue il fine di impedire l’acquisto della residenza da parte di “coloro che abbiano occupato abusivamente un immobile in quanto privi di titolo di occupazione, mentre nel caso di specie gli interessati non hanno occupato abusivamente gli immobili, ma gli immobili occupati sarebbero in sé abusivi“.

Contro questo bonario e benevolo provvedimento prefettizio insorge il Comune; la questione viene decisa dal T.A.R. Veneto Venezia Sez. I, con Sentenza, del 24-07-2020, n. 662.

In via preliminare, quanto alla legittimazione ad impugnare, il Collegio afferma che: “un ente locale – il cui provvedimento sia stato annullato da un’altra Amministrazione – è senz’altro legittimato ad impugnare l’atto di annullamento, anche se la questione non ha una rilevanza di carattere economico (Cons. Stato, Sez. V, 5 giugno 1953, n. 306). Tale regola – da ritenere supportata dal principio affermato dall’art. 24 Cost. e che non è derogata da alcuna disposizione di legge – trova attuazione in ogni caso in cui un atto di un ente locale sia annullato da un’altra Autorità, sia quando si tratti di una decisione negativa di controllo (per tutte, v. Cons. Stato, Ad. Plen., n. 9 del 1996, 6; Sez. V, 29 gennaio 1999, n. 82; Sez. V, 15 luglio 1998, n. 1044; Sez. IV, 9 novembre 1985, n. 503; Sez. IV, 24 novembre 1981, n. 908; Cons. giust. Amm., 13 febbraio 1980, n. 8), sia quando il Governo ai sensi dell’art. 2, comma 3, lettera p), della L. n. 400 del 1988 e dell’art. 138 del testo unico sugli enti locali ovvero la Regione (ai sensi dell’art. 39 del testo unico sull’edilizia) annulli in via straordinaria un atto di un ente locale, nonché quando siano esercitati poteri sostitutivi, sul presupposto che l’ente abbia commesso una illegalità (Cons. Stato, Sez. V, 8 luglio 1995, n. 1034). Tale principio generale non trova deroga quando col proprio ricorso l’ente locale miri a riaffermare la legittimità di un atto emanato nell’esercizio di un potere statale. Tra gli organi dello Stato e quelli comunali sono configurabili rapporti intersoggettivi e non meramente interorganici. Oltre ad esservi una obiettiva diversità tra i poteri spettanti agli organi dello Stato in materia di stato civile e quelli tipicamente spettanti all’Autorità che effettivamente sia gerarchicamente superiore, va richiamata la oramai consolidata giurisprudenza per la quale gli organi comunali – che istruiscono le pratiche e prendono le relative determinazioni – rispondono in proprio anche per gli atti emessi nell’esercizio di poteri statali. La giurisprudenza di questo Consiglio ha affermato non solo che le notifiche dei ricorsi avverso gli atti emessi dal Comune (non importa se quale Autorità comunale o in quanto investita di poteri statali) debbano aver luogo presso la sede del Comune stesso, e non presso l’Autorità statale di riferimento nella sede della Avvocatura dello Stato (Cons. Stato, Sez. IV, 28 aprile 2014, n. 2221; Sez. V, 7 settembre 2007 n. 4718; Sez. IV, 13 agosto 2007 n. 4448; Sez. IV, 28 marzo 1994, n. 291; Sez. V, 27 ottobre 1986, n. 568), ma anche che può essere ravvisata in tali casi la responsabilità degli stessi organi comunali (Cons. Stato, Sez. III, 6 agosto 2014, n. 4184). Anche quando agisca come ufficiale di governo, infatti, “l’imputazione giuridica allo Stato degli effetti dell’atto del Sindaco ha natura meramente formale, restando il Sindaco incardinato nel complesso organizzativo dell’ente locale, senza alcuna modifica del suo status” (Cons. Stato, Sez. V, 6 maggio 2015, n. 2272; Sez. IV, 29 aprile 2014, n. 2221; Sez. IV, 3 marzo 2009, n. 1209; Sez. V, 17 settembre 2008 n. 4434; Sez. IV, 7 settembre 2007, n. 4718; Sez. IV, 13 agosto 2007, n. 4448). Non si può dunque negare anche la sussistenza di uno specifico interesse del Comune e del Sindaco a far riaffermare la legittimità dei propri atti, quando il Prefetto ne disponga l’annullamento”.

Anche nel merito, il TAR dà ragione al Comune: “in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione di opere abusive, l’effetto traslativo della proprietà avviene ipso iure e costituisce l’effetto automatico della mancata ottemperanza, pertanto il provvedimento di acquisizione presenta una natura meramente dichiarativa e non implica alcuna valutazione discrezionale” (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 25 giugno 2019, n. 4336; Consiglio di Stato, Sez. IV, 7 luglio 2014, n. 3415; Consiglio di Stato, Sez. V, 10 gennaio 2007, n. 40).Pertanto, poiché al momento della presentazione dell’istanza volta ad ottenere la residenza era già stata accertata l’inottemperanza all’ordinanza di demolizione, con conseguente acquisizione delle aree e degli immobili al patrimonio comunale, deve ritenersi legittimo il provvedimento che ha respinto la richiesta facendo riferimento alla norma di cui all’art. 5 del D.L. n. 47 del 2014, perché sono adibiti a dimora degli immobili ormai di proprietà del Comune e occupati senza titolo”

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