Le calze da neve e le catene… equivoci che non restano impuniti (principi in materia di buona fede).

Magari il caldo di questi giorni ci porterà a ritenere “fuori luogo” la trattazione dell’argomento in parola, ma la questione è venuta in giudizio nel cuore dell’estate e –di necessità- ora nel dobbiamo parlare.

Qualche lettore, forse, avrà memoria del fatto che un’azienda, qualche anno fa, importò e mise in vendita le così dette “calze da neve”, spacciate come un surrogato equivalente alle “catene da neve” prescritte dal Codice della Strada.

La questione venne chiarita dal MIT  che aveva puntualizzato come: “in base al D.M. 13 marzo 2002, dovevano considerarsi “catene da neve” i soli prodotti costituiti da materiale metallico e che, pertanto, non sussisteva equivalenza tra i requisiti previsti dal citato decreto Ministeriale e quelli di cui alla citata normativa O-Norm 5121”.

Sparita dalle strade la questione e liquidata dagli operatori con le sanzioni del caso, ai singoli automobilisti, tratti in inganno dalla propaganda posta in essere dal venditore, la storia ebbe un seguito: il procedimento per l’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato – AGCM, a carico della ditta che tanta confusione aveva innescato; la predetta autorità, nel caso di specie, ai sensi degli artt. 1, 2 lettera b) e 3 lettera a) del D.Lgs. 2 agosto 2007, n. 145, aveva irrogato alla società stessa una sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 40.000.

La società sanzionata si è attivata per impugnare la sanzione (innanzi al TAR che in questo segmento di materia detiene giurisdizione esclusiva, sebbene si tratti di materia regolata dalla L.689/1981) in parola, ottenendo vittoria di lite, in primo grado (TAR Lazio, sede di Roma, sezione I, 23 gennaio 2013 n.748).

L’AGCM, tuttavia, non si è data per vinta ed ha proposto appello al Consiglio di Stato.

L’esito di questo secondo giudizio (traguardato con la sentenza resa dalla Sez. VI, 19-06-2019, n. 4160) ha ribaltato l’assetto delle decisioni di primo grado, ripristinata la debenza della sanzione e rimarcato il confine entro il quale sia lecito “invocare la buona fede” in relazione alle condotte punite con sanzioni amministrative.

Ci ricordano i giudici che, per lo meno a partire dalla sentenza C. Cost. 24 marzo 1988, n. 364 (dichiarativa d’incostituzionalità dell’art. 5 c.p., ivi così riformulato: “L’ignoranza della legge penale non scusa tranne che si tratti d’ignoranza inevitabile”), in termini generali, il requisito della buona fede, tale da escludere la colpevolezza, e dunque la possibilità di essere sottoposti a sanzione, non si identifica con la semplice condizione psicologica di chi ignora l’illiceità di una data condotta, ma richiede la presenza di dati oggettivi ed, in particolare, ove siano in questione normative speciali, che vi siano state rassicurazioni in proposito degli organi competenti, cui il destinatario si sia rivolto. La stessa sentenza citata avverte anzi che nemmeno tali rassicurazioni potrebbero essere sufficienti, nel caso in cui l’interessato, per la sua particolare posizione, “conosca o sia in grado di conoscere l’origine lassistica o compiacente di assicurazioni di organi anche ufficiali”. Si tratta di principi elaborati con riguardo alle sanzioni penali, ma sicuramente applicabili anche alle sanzioni solo formalmente amministrative. Il principio di colpevolezza come presupposto per l’applicabilità di una sanzione è infatti sancito, oltre che dall’art. 27 Cost., che riguarda specificamente le sanzioni penali, anche dall’art. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, come affermato, fra le molte, dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (sez. II 29 ottobre 2013 V. c. Italia in causa 17475/09). Com’è noto, però, l’art. 7 della CEDU vale non solo per le sanzioni penali, ma anche per le sanzioni formalmente qualificate come amministrative, che assumano il carattere sostanziale di sanzioni penali sulla base dei cd criteri Engel, ovvero dei criteri elaborati dalla stessa Corte EDU a partire dalla sentenza Grande Camera, 8 giugno 1976, Engel. In tal senso quindi deve essere considerata penale, e assoggettata al relativo regime giuridico, non solo la sanzione che sia formalmente qualificata come tale, ma anche la sanzione che, pur qualificata come amministrativa, protegga erga omnes beni della collettività, ovvero comporti sanzioni di natura e severità sostanzialmente pari alla sanzione penale, ove i tre criteri appena esposti sono alternativi e non cumulativi. “Applicando tali principi, la sanzione per la quale è processo è da ritenere sostanzialmente penale. Infatti la norma che la prevede, come è del tutto evidente, da un lato protegge beni rilevanti per tutta la collettività dei cittadini, come la concorrenza e la correttezza nelle relazioni di mercato, e dall’altro prevede sanzioni della stessa natura delle sanzioni pecuniarie penali, oltretutto per importi non trascurabili, ai quali si ricollega una notevole forza afflittiva. Va evidenziato per completezza che non rileva la circostanza per cui, in via generale ed anche nel caso specifico, queste sanzioni sono applicabili a imprese costituite in forma di persone giuridiche: in proposito infatti va notato che un pregiudizio al patrimonio della società viene comunque sopportato dai soci, e che l’ordinamento nazionale ha da lungo tempo abbandonato il concetto tradizionale della non responsabilità penale delle persone giuridiche, alle quali attualmente sono applicabili sanzioni penali, proprio del tipo in esame, ovvero pecuniarie. In tale contesto si inserisce la giurisprudenza, correttamente citata dalla ricorrente appellante, secondo cui, per riconoscere un legittimo affidamento in capo al professionista, tale da escludere sue responsabilità per sanzioni del tipo di quella per cui è processo, devono sussistere rassicurazioni precise, concordanti e incondizionate, provenienti da fonti qualificate, mentre si esclude che un affidamento sia configurabile se tali rassicurazioni manchino: così per tutte Corte di giustizia dell’Unione europea sez. V 13 settembre 2017 C-350/16 Pappalardo e sez. III 17 settembre 2009 C-519/07 Koninklijke Friesland Campina NV, nonché C.d.S. sez. VI 17 novembre 2015 n.5253 e 21 giugno 2011 n.3719. Applicando i principi appena delineati al caso di specie, la buona fede della ricorrente appellante va esclusa. Infatti, come è incontroverso in causa, quest’ultima, nella pubblicità contestata, ebbe ad affermare che il suo prodotto era omologato “in Italia” al pari delle catene, solo sulla base di una propria interpretazione, dato che non aveva ancora interpellato l’autorità italiana competente sulle omologazioni di tale specie, ovvero il Ministero dei trasporti. Nel momento in cui essa si decise a farlo, risulta ancora che cambiò il messaggio pubblicitario, affermando genericamente che il prodotto era omologato, e cessò di diffonderlo. Tale comportamento, come risulta evidente, esclude in modo positivo che le “rassicurazioni precise, concordanti e incondizionate” della competente autorità sussistessero, residuando viceversa un oggettivo dubbio, a fronte del quale normale prudenza, nell’interesse dei consumatori, avrebbe imposto di non diffondere il messaggio”.

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Informazioni sull'autore

Pino Napolitano

Avvocato, dirigente comunale, Dottore di ricerca e specializzato in Diritto Amministrativo.

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