La possibilità di respingere le richieste di accesso civico generalizzate massive ed eccessivamente gravose per l’Amministrazione.

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La possibilità di respingere le richieste di accesso civico generalizzate massive ed eccessivamente gravose per l’Amministrazione.

In materia di accesso civico generalizzato, il Consiglio di Stato (Sez. III, 16/02/2021, n. 1426) ci ricorda che le richieste massive uniche contenenti un numero cospicuo di dati o di documenti, o richieste massive plurime, che pervengono in un arco temporale limitato e da parte dello stesso richiedente o da parte di più richiedenti ma comunque riconducibili ad uno stesso centro di interessi possono essere rifiutate dall’amministrazione pubblica cui sono rivolte.

Dal sistema normativo di riferimento si ricava un principio generale che impone una necessaria operazione di bilanciamento tra il diritto alla trasparenza e l’esigenza di non pregiudicare, attraverso un improprio esercizio del diritto di accesso, il buon andamento dell’Amministrazione, riversando sulla stessa un onere oltremodo gravoso che la sottoporrebbe ad attività incompatibili con la funzionalità dei suoi plessi e con l’economicità e la tempestività della sua azione. La Circolare FOIA n. 2/2017, afferma che “l’amministrazione è tenuta a consentire l’accesso generalizzato anche quando riguarda un numero cospicuo di documenti ed informazioni, a meno che la richiesta risulti manifestamente irragionevole, tale cioè da comportare un carico di lavoro in grado di interferire con il buon funzionamento dell’amministrazione… La ragionevolezza della richiesta va valutata tenendo conto dei seguenti criteri: – l’eventuale attività di elaborazione (ad es. oscuramento di dati personali) che l’amministrazione dovrebbe svolgere per rendere disponibili i dati e documenti richiesti; – le risorse interne che occorrerebbe impiegare per soddisfare la richiesta, da quantificare in rapporto al numero di ore di lavoro per unità di personale; – la rilevanza dell’interesse conoscitivo che la richiesta mira a soddisfare” ( 7, lett. d). La pronuncia n. 10/2020 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha riconosciuto (al 36.6) la possibilità e la doverosità di respingere richieste di accesso civico “manifestamente onerose o sproporzionate e, cioè, tali da comportare un carico irragionevole di lavoro idoneo a interferire con il buon andamento della pubblica amministrazione; richieste massive uniche (v., sul punto, circolare FOIA n. 2/2017, 7, lett. d; Cons. St., sez. VI, 13 agosto 2019, n. 5702), contenenti un numero cospicuo di dati o di documenti, o richieste massive plurime, che pervengono in un arco temporale limitato e da parte dello stesso richiedente o da parte di più richiedenti ma comunque riconducibili ad uno stesso centro di interessi”.

Nel caso vagliato concretamente dal Collegio, la consistenza degli oneri procedimentali connessi all’espletamento dell’istanza di accesso si apprezzava sul duplice fronte della acquisizione del consenso dei numerosi controinteressati e della successiva elaborazione del documento da esibire, il quale dovrebbe risultare emendato dei nominativi dei candidati risultati vincitori, dei nominativi dei controinteressati validamente oppostisi alla ostensione dei loro dati e, da ultimo, dovrebbe essere corredato dei recapiti necessari alla individuazione dei candidati residui. Non si può ragionevolmente negare che il complesso di queste attività pone capo ad un onere di sostanziale rielaborazione del documento originario, il quale dovrebbe essere ristrutturato attraverso interventi selettivi e integrativi conseguenti, da un lato, ad una complessa attività di reperimento del consenso e di valutazione del motivato dissenso dei controinteressati; e, dall’altro, ad una successiva trasfusione materiale di queste acquisizioni in un testo finale utile all’uso perseguito, in quanto corredato dei dati identificativi idonei al reperimento dei soggetti in elenco. Né vale osservare che l’amministrazione nel caso di specie potrebbe assolvere agevolmente l’onere del contraddittorio attraverso la meno gravosa modalità “telematica”, ammessa dal comma 2 dell’art. 3 del D.P.R. n. 184 del 2006. Invero, la “via telematica” prevista in alternativa a quella classica dell’invio di copia con raccomandata con avviso di ricevimento: i) è attuabile solo nei confronti di “coloro che abbiano consentito tale forma di comunicazione”; ii) si traduce nell’invio di una comunicazione sulla casella di posta elettronica certificata (PEC) dei soggetti interessati, laddove fornita per le comunicazioni con la pubblica amministrazione come proprio domicilio speciale. Questa è l’esatta interpretazione della formula “per via telematica” di recente fornita dalla già menzionata Circolare n. 1/2019 (pag. 7).

 

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