L’operatore di polizia che effettua l’arresto di un soggetto pericoloso e in escandescenza non può fare ricorso a forme di coazione eccessive, che vadano ben al di fuori dei compiti istituzionali di un agente di polizia giudiziaria, colpendo con pugni e calci l’arrestato ammanettato all’interno del veicolo di servizio.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 10 settembre 2014, n. 37437, ha confermato la condanna per il delitto di lesioni personali aggravate commesso da un operatore di P.G., in concorso con altri agenti, in occasione dell’arresto in flagranza di un uomo, per il reato di cui all’articolo 337, codice penale.

In particolare, gli operatori di polizia avevano sferrato calci e pugni nei confronti dell’arrestato, quando già si trovava ammanettato dentro l’auto di servizio.

A nulla vale che gli agenti siano intervenuti perché l’uomo aveva reato disturbo all’interno di un esercizio pubblico, facendolo uscire e ammonendogli di non rientrarvi, essendo, in tuta risposta, strattonati dal medesimo al fine di divincolarsi e tornare all’interno dell’esercizio.

In tali situazioni operative, l’operatore più alto in grado, capo-pattuglia, è gravato di una particolare posizione di garanzia onde evitare condotte illecite di chi gli è sottoposto, per cui “il rilievo che egli abbia assistito alla violenza gratuita commessa dal collega, nei confronti di un soggetto ormai inerme ed ammanettato, senza intervenire, ed anzi reagendo verbalmente a chi lo richiamava ad un comportamento più consono al ruolo ed al servizio svolto, appare davvero significativo ai fini dell’affermazione del suo concorso, quanto meno morale, al protrarsi dell’aggressione materialmente posta in essere da altro coimputato, non essendovi dubbio che la sua presenza sul posto e il suo atteggiamento prevaricatore abbiano rafforzato ed agevolato il proposito criminoso del correo”.


di Marco Massavelli

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