La terza sezione della Corte di Cassazione affrontando la questione del “calcestruzzo in esubero” cioè, quello che resta nelle betoniere dopo la fornitura di calcestruzzo, ha sancito che non siamo in presenza di un sottoprodotto ma bensì di un rifiuto.

Il calcestruzzo è un materiale che, ricavato dal processo produttivo, viene successivamente trasportato all’esterno dell’impianto di produzione per essere consegnato al cliente. Una volta consegnato al cliente il “calcestruzzo in esubero o residuo” viene sottoposto a trattamento. Tale materiale una volta rientrato nello stabilimento non ha più le caratteristiche originarie che aveva il calcestruzzo prodotto e caricato sulle betoniere in quanto non si spiegherebbe il motivo per cui questo residuo non è immediatamente commercializzato ma necessita di essere sottoposto a dei trattamenti prima di potere essere reimpiegato per la produzione di altro calcestruzzo.

Il giudice di legittimità con la sentenza n 34284 del 6 agosto 2015 riguardo la natura  del calcestruzzo consegnato alla clientela tramite betoniere, le quali una volta effettuata la consegna, rientrano nello stabilimento, conosciuto come “calcestruzzo in esubero” composto da materiale di scarto proveniente dalla fornitura e dal lavaggio delle betoniere e delle pompe, ha escluso la natura di sottoprodotto del suddetto materiale ai sensi dell’art.184-bis del D.Lgs. n.152/2006.

Il legislatore stabilisce all’art.184-bis del D.Lgs.n.152/06 e ss.mm.ii. quali sono le condizioni  affinché qualsiasi sostanza o oggetto possa essere definito  sottoprodotto e non rifiuto ai sensi dell’art.183, comma 1,lett.a), in particolare devono essere soddisfatte tutte le seguenti condizioni:

  • la sostanza o l’oggetto deve trarre origine da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la sua produzione;
  • deve essere certo che la sostanza o l’oggetto sia utilizzato, nel corso dello stesso e/o di un successivo processo di produzione e/o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi;
  • la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
  • l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà impatti complessivi negativi per l’ambiente o la salute umana.

Per la Corte il “calcestruzzo in esubero” non può essere considerato sottoprodotto in quanto manca sia la prima condizione richiesta ossia quella riguardante l’origine del prodotto, ma anche il requisito della certezza del effettivo riutilizzo  ai sensi dell’art.184-bis, in quanto la sua destinazione è stabilita solo dopo il trattamento e in funzione delle esigenze dell’azienda e le richieste del mercato.

Lo stesso giudice esclude che il trattamento a cui viene sottoposto il calcestruzzo in esubero una volta rientrato nello stabilimento possa rientrare nella “normale pratica industriale”, considerato che deve essere sottoposto ad un trattamento specifico per il suo riutilizzo.

Pertanto il “calcestruzzo in esubero” assume la natura di vero e proprio rifiuto nel momento in cui l’acquirente/destinatario della consegna non lo riceve, lasciandolo al trasportatore, evidenziando, inequivocabilmente, l’intenzione a disfarsene.

Alla luce di tali considerazioni, continua il giudice di legittimità, costituisce attività di recupero il trattamento di materiale proveniente da pregresse forniture di calcestruzzo alla clientela e dalle operazioni di lavaggio delle betoniere e delle pompe, che ha natura di rifiuto e non di sottoprodotto; con la conseguenza  che l’effettuazione delle suddette operazioni di recupero rientrano nella gestione dei rifiuti e quindi necessarie di specifici titoli abilitativi mancanti alla società.

Condividi.

Informazioni sull'autore

Dott. Osvaldo Busi

Invia una risposta