I vecchi assetti giurisprudenziali sull’autotutela amministrativa in materia di ordinanza ingiunzione del prefetto.

Il tema dell’autotutela in materia di sanzioni è cocente e foriera di complesse questione. Uno degli aspetti che resta utile esaminare è quello che attiene al punto di vista della giurisprudenza ordinaria che, dissimilmente da quella contabile, ha sovente manifestato perplessità sull’applicazione dell’istituto (che, di contro, secondo alcuni recenti arresti della giustizia contabile, dovrebbe essere pacificamente applicabile).
Richiamiamo qui alla memoria una significativa sentenza della Cassazione del 2008 (Cass. civ. Sez. II, 22-04-2008, n. 10386) che ha tratteggiato la differenza tra l’ordinanza ingiunzione del prefetto di cui all’art. 204 CdS e le ordinanze ingiunzioni di cui all’art 18 della L. 689/1981.
“Che la P.A. non consumi il suo potere sanzionatorio con l’emissione di un’ordinanza ingiunzione ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 18, essendole comunque consentito annullare anche di ufficio il provvedimento emesso e sostituirlo con un nuovo provvedimento immune da vizi (salvi, ovviamente, i limiti del giudicato formatosi nell’eventuale giudizio di opposizione) è pacifico; ma nel caso di specie non si versa nell’ipotesi di un’ordinanza ingiunzione siffatta (cui fa esclusivo riferimento la giurisprudenza di legittimità richiamata dal ricorrente), bensì in quella prevista dall’art. 204 C.d.S., in cui l’ordinanza è emessa su ricorso del trasgressore avverso il verbale di accertamento dell’illecito. Il provvedimento emesso dal prefetto ai sensi dell’art. 204 C.d.S. (ordinanza ingiuntiva di pagamento della sanzione, ovvero ordinanza di archiviazione degli atti) ha – diversamente da quanto sostiene il ricorrente e diversamente dalla ordinanza ingiunzione emessa ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 18, per le violazioni non previste dal codice della strada – natura di provvedimento decisorio sul ricorso amministrativo proposto dall’interessato ai sensi dell’art. 203 C.d.S. (Cass. 10214/2005). Che quello di cui trattasi sia un vero e proprio ricorso amministrativo risulta, invero, dalla sua espressa qualificazione legislativa (l’art. 203 cit., parla espressamente di “ricorso al prefetto”, a differenza della L. n. 689 del 1981, art. 18, in cui si prevede soltanto che “gli interessati possono far pervenire all’autorità competente a ricevere il rapporto … scritti difensivi e documenti e possono chiedere di essere sentiti”). A tale dato è vano opporre – come fa il ricorrente – che il procedimento sanzionatorio si conclude solo con l’emissione dell’ordinanza ingiunzione del prefetto, sottintendendo che il verbale di accertamento non è un provvedimento e dunque non è suscettibile di ricorso. Ciò vale, infatti, per il procedimento amministrativo sanzionatorio in genere, come disciplinato dalla L. n. 689 del 1981, ma non per quello disciplinato dal codice della strada, in cui, invece, già il verbale di accertamento contestato o notificato al trasgressore è un vero e proprio provvedimento immediatamente lesivo di posizioni giuridiche dell’interessato, idoneo a divenire, ai sensi del terzo comma del richiamato art. 203, titolo esecutivo in caso di mancato pagamento in misura ridotta e di mancato ricorso al prefetto o al giudice (ex multis, Cass. 5145/2000, 21067/2004, 7804/2005)”.
Quindi, secondo la giurisprudenza di legittimità, un divieto per l’esercizio dell’autotutela esiste in materia di sanzioni, ma solo con riguardo all’ordinanza di cui all’art. 204 CdS.

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Informazioni sull'autore

Pino Napolitano

Avvocato, dirigente comunale, Dottore di ricerca e specializzato in Diritto Amministrativo.

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