I fornitori che cedono beni o prestano servizi nei confronti di un ente pubblico sono obbligati a emettere esclusivamente fatture elettroniche in formato XML (eXtensible Markup Language), secondo le specifiche tecniche reperibili su www.fatturapa.gov.it.

La fattura elettronica dovrà essere inoltrata per il tramite del Sistema di interscambio (SDI). L’obbligo è valido anche per enti che emettono fatture nei confronti di altre Pubbliche Amministrazioni.

 

Fattura elettronica: le problematiche

1. Il sistema di interscambio SDI non conserva le fatture. Non ha una memoria. Lo dovranno fare PA e fornitori. Però il nodo è che non è ancora stato specificato come una PA possa procedere alla conservazione dei dati riportati sulla Piattaforma di Certificazione dei Crediti relativi alle apposite funzionalità che – ai sensi dell’art. 42 del DL 66/2014 – potrebbero sostituire il Registro Unico delle fatture.

2. Privacy SDI: se la fattura elettronica che viene inviata alla PA ha degli allegati che contengono dati personali o addirittura – come accade spesso in ambito sanitario – dei dati sensibili, chi è il titolare e chi il responsabile del trattamento dei dati che transitano nel Sistema di Interscambio?

– SOGEI?

– Il MEF?

E chi tratta materialmente tali dati ha previsto l’adozione delle adeguate e specifiche misure di sicurezza imposte dalla normativa privacy per il trattamento dei dati sensibili effettuato tramite lo SDI? C’è necessità che il Garante Privacy intervenga in modo chiaro sul tema.

3. In caso di presentazione di una fattura cartacea, cosa deve fare la PA dal 31 marzo in poi?

Se il pagamento avviene ugualmente cosa succede?

La legge pare essere chiara: dopo la data prestabilita le amministrazioni “non possono accettare  fatture che non siano trasmesse in forma elettronica per il tramite del  sistema di interscambio e, trascorsi tre mesi da tali date, le stesse non possono procedere ad alcun pagamento,  nemmeno parziale, sino all’invio delle fatture in formato elettronico“.

Questo è vero, ma né il DM n. 55/2013 né le Circolari ministeriali successivamente emanate hanno chiarito quali siano gli effetti e le conseguenze di un pagamento di una fattura presentata alla PA in forma cartacea dopo il 31 marzo 2015.

Nascono però dei dubbi legittimi per l’operatore a cui attendiamo riscontro.

– In tali casi dovrebbe ritenersi illegittimo l’atto di liquidazione?

– Ci sono delle sanzioni a carico dei dirigenti?

– Sono previsti casi eccezionali in cui tale procedura è comunque consentita?

4. L’errore più comune da parte di chi emette fattura elettronica risulta essere l’invio plurimo della stessa fattura al sistema di interscambio. A guardare i report dell’Agenzia delle Entrate, infatti, è stata proprio questa la prima causa di scarto del documento digitale nei nove mesi di applicazione della fattura elettronica.

Sulle 517 mila fatture totali sono ben 187 mila (36%) quelle scartate con questo codice di errore. Uno sbaglio molto comune anche se di scarso impatto: il primo click (e la prima fattura) restano validi e accettati dal sistema, tutti gli altri finiscono su un binario morto senza che né  il fornitore né l’ente pubblico perdano altro tempo.

 

Fatturazione elettronica: quali errori non fare

Vediamo la lista degli errori più comuni commessi da chi ha inoltrato una fattura alla PA: la ricerca è stata fatta dall’Agenzia delle Entrate per evitare che vengano ricommessi “errore” significa mancato pagamento della fattura ed è pertanto importantissimo evitare qualsiasi distrazione.

1 Invio di un file con il nome errato o inviato più di una volta

2 File della fattura non conforme con la versione più aggiornata del tracciato

3 Codice fiscale o partita IVA dei soggetti coinvolti errato

4 Numero della fattura già presente nel sistema di interscambio

5 Codice destinatario errato o non valido

6 File con firma non valida

7 File firmato con riferimento temporale non coerente

Certificato di firma non valido (scaduto, revocato, sospeso).

Prestiamo attenzione a questi passaggi.

Salvatore Schiavone 

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