Come sarà capitato a molti operatori di polizia locale, la vicenda trattata dalla Corte di cassazione e recensita nel titolo, sembra “storia di tutti i giorni”.

Questo il caso: un signore, sopraggiunge agitatissimo (perché avvisato dalla moglie nei cui confronti era stato elevato un verbale di contravvenzione per infrazioni al codice della strada) sul luogo della contestazione e pronunzia espressioni di questo tipo: “ora chiamo il 112 e faccio arrivare una loro pattuglia e vediamo questa sera dove arriviamo………..ditemi subito come vi chiamate, voglio i vostri nomi. Così la smetterete di fare gli arroganti e i maleducati in mezzo alla strada”.

La vicenda finisce in Tribunale, in Corte di Appello ed infine approda presso la sezione IV della Cassazione (sentenza n. 36367/2013).

Nelle due fasi del giudizio di merito, il “nostro” marito rinfocolato più dalla doglianza della moglie che dall’odio atavico per gli “stradalini”, viene condannato per il reato di cui all’articolo 337 cp[1].

 

La cassazione, in relazione al fatto che la condotta fosse tardiva rispetto alla conclusione dell’accertamento e della contestazione del verbale, cambia il capo d’imputazione, rubricandolo sotto la rubrica dell’articolo 594 cp: ingiuria aggravata.

Infatti, alla luce della consolidata linea interpretativa tracciata dalla Suprema Corte, la condotta che realizza la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 337 c.p., consiste nell’opposizione al pubblico ufficiale mentre questi compie un atto del proprio ufficio, atto che deve avere una propria specificità e deve poter essere individuato come tale, non potendosi identificare genericamente nell’attività comunque riconducibile alla pubblica funzione esercitata. Correlativamente, non ogni forma di contestazione personale, seppur minacciosa, rivolta al pubblico ufficiale, che non sia riferita all’atto che questi sta compiendo, comporta la commissione del reato di resistenza secondo la sua configurazione normativa tipica . Quand’anche voglia qualificarsi il reato di resistenza come reato di pericolo indiretto, in ragione della “anticipata” tutela accordata dalla norma incriminatrice alla legittima azione del pubblico ufficiale, la fattispecie concreta non può essere ricostruita e sussunta in una prospettiva di pericolo presunto, occorrendo che la violenza e la minaccia (elementi costitutivi della materialità del reato) siano reali e connotino in termini di effettività causale la loro idoneità a coartare o ad ostacolare l’agire del pubblico ufficiale, in tal modo esprimendosi il finalismo lesivo (dolo specifico) del contegno (di violenza o minaccia) del soggetto agente.

La nota singolare che tocca questa faccenda è che, posto che all’epoca dei fatti il reato di oltraggio a pubblico ufficiale non era stato ancora ripristinato (sebbene nella forma criticabile dell’articolo 341 bis c.p.), la punizione penale della condotta ascritta al “nostro” marito “irritato”, è stata del tutto frustrata.

Per punire qualcuno in relazione al reato di cui all’articolo 594 cp, occorre la querela; querela che non fu proposta all’epoca del fatto. Da qui cassazione della condanna e nulla di fatto, tranne che per l’ottimo avvocato difensore della parte che, dimostrando abilità e tenacia, è riuscito ad evitare una punizione ingiusta (perché, occorre dirlo, denunciare per resistenza l’autore di una condotta qual è quella descritta, è veramente eccessivo).

 

Pino Napolitano

 

P.A.sSiamo

 



[1] Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

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