Quella cronica moda legislativa di utilizzare il diritto penale come strumento eccezionale di necessità per il governo della società, piuttosto che come tutela dei beni, ha recato con sé un (censurabile) continuo work in progress di oscillanti opzioni sanzionatorie che, oltre a manifestare la mancanza di una meditata valutazione politico-criminale sottesa alle scelte punitive, evidenzia la logica di una serie di interventi simbolici, sperimentali ed empirici – tesi alla mera sopravvivenza quotidiana – degna di Chi girovaga, ramingo, nel grande mondo del diritto sanzionatorio. Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa nel 2012 ha evidenziato (anche se bisognerebbe verificare le fonti di consultazione) che le fattispecie di reato in vigore in Italia ammontano a circa 35.000! La circostanza richiederebbe l’introduzione di un “ufficio anagrafe dei reati” che consenta finalmente di stabilire il numero dei reati esistenti nel nostro ordinamento. Molti di questi, infatti, sono sconosciuti ai più e lontani dalla citazione nelle aule di giustizia penale. L’obiettivo è, quindi, scegliere ciò che non è (più) necessario punire. Prevedendo il sistema sanzionatorio in un’ottica economica, si potrebbe dire che too many rules make less safe. Questo è il compito che il D.Lgs. 16/3/2015 n. 28 affida all’autorità giudiziaria”. Con queste parole Fabio Piccioni, amico e direttore della rivista “Diritto in Comune” ingolosisce il lettore a cimentarsi nell’approccio di questo nuovo modo di destrutturare la politica criminale in questa nazione. Non possiamo dirci sicuri di essere al cospetto di una manovra legislativa salvifica o quAnto meno efficace; nemmeno possiamo dire che la normativa in esame sia esente da critiche. Tuttavia si tratta di una novità metodologica di rilievo che difficilmente può essere trattata meglio -per maestria, acume e fantasia- di quanto abbia fatto Fabio Piccioni nel lavoro che ci pregiamo di presentare sulle pagine di questo sito.
Buona lettura.

 

La redazione 
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