L’umiliazione di Canossa è l’episodio occorso presso il castello Matildico durante la lotta politica che vide contrapposta l’autorità della Chiesa, guidata da Gregorio VII, a quella imperiale di Enrico IV, il quale, per ottenere la revoca della scomunica inflittagli dal papa, fu costretto a umiliarsi attendendo inginocchiato per tre giorni e tre notti, nel gennaio del 1077, innanzi al portale d’ingresso del castello di Matilde, mentre imperversava una bufera di neve.

Il caso che oggi trattiamo ha in comune con la blasonata vicenda che ha reso celebre il modo di dire “andare a Canossa” solo il luogo in cui si è verificata la “deliziosa” vicenda giudiziaria, relativa ad un reato, antico quanto dimenticato (perché sovente superato da regolamenti ed ordinanze comunali): si tratta dell’articolo 674 cp a mente del quale: “Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a euro 206”.

A Canossa, un tale, aveva consumato (per come così deciso dal Tribunale di Reggio Emilia) siffatto grave reato, poiché “non provvedendo ad adeguata pulizia dei recinti in cui custodiva i propri cani e dell’area cortiliva circostante, mantenendovi a lungo le deiezioni degli animali, provocava esalazioni maleodoranti idonee a provocare molestie ai condomini del confinante Condominio”.

La condanna, ben inferiore negli effetti penalizzanti rispetto ad una sanzione amministrativa (ammenda di Euro 100 con beneficio della sospensione condizionale della pena), poteva estinguere la vicenda nel primo grado di giudizio, con buona pace di tutti.

Invece il “nostro” è arrivato in Cassazione e lì, oltre alla soccombenza, è stato condannato anche a rifondere, alla cassa ammende” Euro 1000 per la pretestuosa ed infondata azione giudiziaria.

La Suprema Corte, con sentenza 45203 del 3/11/2014 precisa: “che la contravvenzione prevista dall’art. 674 cod. pen. è configurabile anche nel caso di “molestie olfattive” con la specificazione che quando non esista una predeterminazione normativa dei limiti delle emissioni, si deve avere riguardo, condizione nella specie sussistente, al criterio della normale tollerabilità di cui all’art. 844 cod. civ., che comunque costituisce un referente normativo, per il cui accertamento non è certo necessario disporre perizia tecnica, potendo il giudice fondare il suo convincimento, come avvenuto nel caso di specie, su elementi probatori di diversa natura e dunque, anche ricorrendo alle sole dichiarazioni testimoniali dei confinanti”. Il reato previsto dall’art. 674 cod. pen. è integrato dalle esalazioni maleodoranti provenienti da stalle, gabbie o promananti da escrementi di animali in numero rilevante (o quelle dovute alla presenza di numerosi cani tenuti in condizioni di sporcizia.

Insomma, la puzza è puzza! E per una puzza, non è il caso di arrivare fino alla Cassazione.

Pino Napolitano

P.A.sSiamo

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