L’intestazione fittizia di veicoli (Cass.Pen. Sez. V, Sentenza n. 37944 del 28 luglio 2017) Il falso ideologico per induzione le Amministrazioni che restano fregate.

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L’intestazione fittizia di veicoli (Cass.Pen. Sez. V, Sentenza n. 37944 del 28 luglio 2017) Il falso ideologico per induzione le Amministrazioni che restano fregate.

Ogni tanto il lavoro ci fa rispolverare norme del Codice della Strada, magari mal scritte o poco efficaci, che lambiscono il caso che si sta trattando, senza coglierlo nel pieno. Cosa fare al cospetto di tante “sanzioni stradali” accertate a carico di veicoli che risultano intestati a persone “senza fissa dimora”, che beneficiano di un indirizzo fittizio?

Se chi richiede l’iscrizione anagrafica non ha una dimora (un luogo fisico, una casa) perché è un senza tetto, potrà ottenere la residenza in una via fittizia secondo quanto previsto dalla circolare ISTAT n.29 del 1992. In particolare, nella circolare si legge che “… in analogia al Censimento, che prescrive l’istituzione in ogni Comune di una sezione speciale “non territoriale” nella quale vengono elencati e censiti come residenti tutti i “senza tetto”, si ravvisa la necessità che anche in anagrafe venga istituita una via, territorialmente non esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’ufficiale di anagrafe (es. via… seguita dal nome dello stesso comune, via della Casa Comunale, ecc.)”. Dunque l’Istat suggerisce di istituire presso ogni Comune una via territorialmente inesistente in cui verranno iscritti, con numero progressivo dispari, sia i senza tetto risultanti residenti al censimento, sia le persone senza dimora che eleggono domicilio nel Comune. Ne deriva che i senza tetto che hanno dimora abituale nel Comune hanno diritto ad ottenere la residenza presso una via fittizia istituita ad hoc dall’amministrazione comunale. Solo per fare qualche esempio, a Bologna questa via si chiama Via Mariano Tuccella, a Roma Via Modesta Valenti, a Napoli Via Alfredo Renzi. Il dettato normativo, nella versione precedente al 2009, prevedeva all’art. 2 che “Ai fini dell’obbligo di cui al primo comma (obbligo di chiedere l’iscrizione anagrafica, ndr), la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune ove ha il domicilio, e in mancanza di questo, nel comune di nascita”. Con questa disposizione, si lasciava all’interessato la libertà di scegliere il domicilio che meglio potesse soddisfare i propri interessi. Con la legge 94/2009 sono state apportate due importanti novità alla legge anagrafica: – il superamento della differenza tra “senza fissa dimora” e “senza tetto”; – la previsione di un onere a carico della persona senza dimora che richiede l’iscrizione anagrafica. Secondo la nuova formulazione dell’art. 2 comma 3 della legge 1228/1954, infatti, è previsto che “Ai fini dell’obbligo di cui al primo comma, la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune dove ha stabilito il proprio domicilio. La persona stessa, al momento della richiesta di iscrizione, è tenuta a fornire all’ufficio di anagrafe gli elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti atti a stabilire l’effettiva sussistenza del domicilio. In mancanza del domicilio, si considera residente nel comune di nascita”. Se da un lato tale dettato normativo ribadisce la possibilità di iscriversi all’Anagrafe pur disponendo solamente di un domicilio, dall’altro richiede l’indicazione e/o la produzione di elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti per verificare la sussistenza del domicilio.

Ora, la domanda che ci si pone è, com’è possibile che gli uffici pubblici (PRA e MCTC) consentano a che una persona residente in uno dei predetti “indirizzi fittizi”, acquisti un’automobile (magari di un certo pregio) senza porsi il dubbio della natura elusiva di tale fattispecie? Non è forse vero che l’art. 94 bis del Codice della Strada dice che “la carta di circolazione…, il certificato di proprietà … e il certificato di circolazione … non possono essere rilasciati qualora risultino situazioni di intestazione …. simulate o che eludano o pregiudichino l’accertamento del responsabile civile della circolazione di un veicolo”? Quali concrete speranze si hanno a che si possa perseguire il responsabile civile della circolazione del veicolo (formula tristemente intrisa di una matrice di suggerimento assicurativa) che risiede in via Mariano Tuccella, in via Modesta Valenti, in via Alfredo Renzi? Veicoli che circolano indisturbati, che accumulano pacchi di sanzioni stradali presso l’albo pretorio delle città, nei casi in cui le notifiche ex art. 143 cpc vengano (inutilmente) fatte.

Le soluzioni sono solo investigative. A tal fine mi sovviene la sentenza della Corte di Cassazione V Sezione Penale Sentenza n. 37944 del 28 luglio 2017 che ha confermato la condanna (blanda) della pena di anni 1 e mesi 4 di reclusione per i reati di falso ideologico in atti pubblici commessi da una persona che aveva dato luogo all’intestazione fittizia di 2.069 veicoli, mediante dichiarazione presentata alla Motorizzazione ed al PRA volta ad indurre in errore i pubblici ufficiali che rilasciavano i certificati di proprietà e le carte di circolazione. La Corte evidenzia, nel rigettare il ricorso, che l’illecito amministrativo invocato dal ricorrente, e riconosciuto dal giudice di primo grado, prevede, all’art.94-bis del Codice della strada (d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285), il “divieto di intestazione fittizia dei veicoli”. In particolare, il comma 1 della disposizione citata dispone che “La carta di circolazione di cui all’articolo 93, il certificato di proprietà di cui al medesimo articolo e il certificato di circolazione di cui all’articolo 97 non possono essere rilasciati qualora risultino situazioni di intestazione o cointestazione simulate o che eludano o pregiudichino l’accertamento del responsabile civile della circolazione di un veicolo”. Il successivo comma 2 prevede: “Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque richieda o abbia ottenuto il rilascio dei documenti di cui al comma 1 in violazione di quanto disposto dal medesimo comma 1 è punito con la sanzione amministrativa (…)”.Tanto premesso, il Collegio ha chiarito che la previsione di una clausola di riserva espressa (“salvo che il fatto costituisca reato”) esclude l’applicazione del principio di specialità previsto, in caso di concorso tra illecito amministrativo e illecito penale, dall’art. 9 I. 689/1981; la clausola di riserva, infatti, assolve la funzione di affermare, nei casi di specialità reciproca tra fattispecie, l’assorbimento dell’interesse tutelato da una norma (nella specie, quella amministrativa) nell’interesse tutelato dall’altra (nella specie, quella penale). “Sicché la specialità viene regolata non già dall’art. 9 I. 689/81 (ovvero, nel caso di norme penali, dall’art. 15 cod. pen.), bensì dalla specifica clausola di riserva contenuta nella disposizione. Nel caso in esame, l’illecito amministrativo punisce la condotta di chi chiede o ottenga il rilascio della carta di circolazione, del certificato di proprietà e del certificato di circolazione di un veicolo in caso di intestazione simulata. Il reato contestato all’odierno ricorrente, al contrario, prevede la determinazione del pubblico ufficiale a commettere la falsità ideologica delle carte di circolazione (artt. 48 e 479 cod. pen.), mediante induzione in errore posta in essere tramite la presentazione di moduli nei quali l’imputato dichiarava di essere il proprietario dei veicoli. In altri termini, l’illecito penale accertato presenta un quid pluris rispetto all’illecito amministrativo, che consiste nella induzione in errore del pubblico ufficiale nella formazione di un atto pubblico ideologicamente falso; non a caso, la fattispecie contestata concerne un’ipotesi di c.d. autorìa mediata (art. 48 cod. pen.), nella commissione di un delitto di falso “mediato”, realizzato, cioè, mediante induzione in errore del p.u. cui è stata fornita una informazione non rispondente al vero; induzione in errore determinata non soltanto dalla mera dichiarazione non veritiera, ma altresì dalla costituzione di un’impresa individuale avente ad oggetto il commercio di autoveicoli, regolarmente iscritta alla Camera di commercio, che veniva utilizzata quale mise en scene per l’intestazione dei numerosi veicoli di proprietà altrui. Il fatto concreto contestato all’imputato, in altri termini, è diverso dalla fattispecie astratta di mera intestazione fittizia di veicoli, prevista dall’illecito amministrativo di cui all’art. 94 bis C.d.S. Al riguardo, va rammentato che l’art. 483 c.p. prevede l’ipotesi in cui il pubblico ufficiale si limiti a trasfondere nell’atto la dichiarazione ricevuta, della cui verità risponde il dichiarante in relazione a un preesistente obbligo giuridico di affermare il vero, mentre il pubblico ufficiale risponde soltanto della conformità dell’atto alla dichiarazione ricevuta. Nell’ipotesi di cui agli artt. 48 e 479, invece, la falsa dichiarazione viene assunta a presupposto di fatto dell’atto pubblico formato dal pubblico ufficiale, sicché la dichiarazione stessa non ha alcun rilievo autonomo, in quanto confluisce nell’atto pubblico e integra uno degli elementi che concorrono all’attestazione del pubblico ufficiale, alla quale si perviene mediante false notizie e informazioni ricevute dal privato (Sez. 6, n. 292 del 29/01/1999, Diouf, Rv. 214133)…. In tal senso, del resto, si è espressa altresì la giurisprudenza di questa Corte in fattispecie analoghe: integra il delitto di falso ideologico in atto pubblico, mediante induzione in errore del pubblico ufficiale, la condotta di colui che dichiari all’operatore degli uffici del Pubblico Registro Automobilistico di essere proprietario di alcune autovetture, sì da ottenerne in tal modo l’immatricolazione, non essendo però il proprietario ma soltanto l’acquirente simulato, in forza di scritture di compravendita, delle stesse, rimaste nella effettiva disponibilità di altri (Sez. F, n. 32499 del 11/08/2011, Fontana, Rv. 251005; Sez. 5, n. 9537 del 07/07/1992, Checcacci, Rv. 192257: “la falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico di cui all’art. 483 cod. pen. si configura allorché la falsa attestazione contenuta nell’atto pubblico sia riferibile a fatti che l’attestante ha il dovere giuridico di esporre veridicamente (false attestazioni contenute in un atto notorio) e dei quali l’atto è destinato a provare la verità, e non quando, come nella specie, relativa alla presentazione di un certificato di conformità non autentico, la falsa attestazione ha portato alla formazione di un autonomo atto pubblico falso, l’immatricolazione di un veicolo, in base ad una ingannevole rappresentazione della realtà che ha tratto in errore il pubblico ufficiale che ne è l’autore, comportamento quest’ultimo che configura l’ipotesi delittuosa della falsità ideologica in atto pubblico indotta ex artt. 48 – 479 cod. pen.”)”.

Non è molto, ma è un principio da cui partire.

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