LA DISCIPLINA DEI CENTRI COMUNALI DI RACCOLTA. Le novità introdotte dal D. Lgs. n. 116/2020 – cd. “Economia circolare”

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LA DISCIPLINA DEI CENTRI COMUNALI DI RACCOLTA

Le novità introdotte dal D. Lgs. n. 116/2020 – cd. “Economia circolare”

Riferimenti normativi

Il D. Lgs. n. 116/2020 – recante: “Attuazione della direttiva (UE) 2018/851 che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti e attuazione della direttiva (UE) 2018/852 che modifica la direttiva 1994/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio” e vigente dallo scorso 26 settembre – ha innovato (anche) la disciplina dei centri comunali di raccolta, regolamentati dal D.M. 8 aprile 2008, con importanti modifiche sostanziali, integrando in particolare l’elenco delle tipologie di rifiuti che vi possono essere conferite.

Prima però di passare all’esame della novella legislativa, per la parte che qui rileva, si vuole anzi tutto richiamare le fonti, che trattano quelle che comunemente, ancora vengono denominate “isole ecologiche”.

Il centro di raccolta è definito dall’art. 183, comma 1, lett. mm) del D. Lgs. n. 152/2006, quale “area presidiata ed allestita, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, per l’attività di raccolta mediante raggruppamento differenziato dei rifiuti urbani per frazioni omogenee conferiti dai detentori per il trasporto agli impianti di recupero e trattamento. La disciplina dei centri di raccolta è data con Decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza unificata, di cui al decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281”.

In attuazione della sopra citata norma, è stato adottato il Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare 8 aprile 2008, successivamente modificato con Decreto Ministeriale 13 maggio 2019, recante la “disciplina dei centri di raccolta dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato”.

Il decreto ha la struttura di un regolamento; si compone di due soli articoli relativi alle disposizioni di carattere generale, e di un allegato tecnico suddiviso in tre parti: la prima delle quali composta di 7 paragrafi, relativa alle prescrizioni operative e gestionali; le altre due riguardanti la modulistica per la registrazione dei rifiuti in entrata ed in uscita, rispettivamente, al e dal centro di raccolta.

L’art. 1 nel delinearne il campo di applicazione, prevede che “i centri di raccolta comunali o intercomunali disciplinati dal presente decreto sono costituiti da aree presidiate ed allestite ove si svolge unicamente attività di raccolta, mediante raggruppamento per frazioni omogenee per il trasporto agli impianti di recupero, trattamento e, per le frazioni non recuperabili, di smaltimento, dei rifiuti urbani e assimilati elencati in allegato I, paragrafo 4.2, conferiti in maniera differenziata rispettivamente dalle utenze domestiche e non domestiche, nonché dagli altri soggetti tenuti in base alle vigenti normative settoriali al ritiro di specifiche tipologie di rifiuti dalle utenze domestiche”.

Sono abilitati, pertanto, al conferimento presso i centri di raccolta, secondo l’indicata normativa, i seguenti soggetti:

  • Utenze domestiche e non domestiche (anche attraverso il gestore del servizio pubblico) produttrici di rifiuti urbani e di rifiuti speciali assimilati;
  • Altri soggetti tenuti in base alle vigenti normative settoriali al ritiro di specifiche tipologie di rifiuti dalle utenze domestiche (il riferimento d’obbligo per questa categoria di soggetti, è rappresentato dai distributori di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di cui all’art. 3, comma 1, lett. n) del D. Lgs. 151/2005).

Va evidenziata la mancata previsione, all’articolo 1, comma 1, del D.M. 8 aprile 2008, della possibilità di conferire rifiuti speciali non assimilati, neppure se tipologicamente e merceologicamente analoghi a quelli ammessi, da parte di utenze artigiane e produttive.

Le novità introdotte dal Decreto cd. “Economia circolare”

L’art. 5 del D. Lgs. n. 116/2020 stabilisce che all’allegato I, paragrafo 4.2, del D.M. 8 aprile 2008 (contenente l’elenco delle tipologie di rifiuti ammissibili in un centro comunale di raccolta), dopo il punto 45, siano aggiunti i seguenti:

45-bis altre frazioni non specificate altrimenti se avviate a riciclaggio (EER 200199);

45-ter residui della pulizia stradale se avviati a recupero (EER 200303);

45-quater rifiuti urbani non differenziati (EER 200301).

Quali i riflessi della nuova disposizione, in particolare, sulla disciplina sanzionatoria?

L’articolo 2, comma 2, del D.M. 8 aprile 2008 prevede che i centri di raccolta siano allestiti e gestiti in conformità alle disposizioni di cui all’allegato I, che ne costituisce parte integrante.

La loro realizzazione non richiede alcun titolo abilitativo, non potendo essere di per sé classificati alla stregua degli impianti di smaltimento e/o recupero dei rifiuti, per i quali continua a rendersi necessaria l’autorizzazione regionale.

A riprova di ciò, si deve rilevare che nei centri di raccolta viene fatto dai decreti ministeriali espresso divieto di effettuare trattamenti di qualsiasi tipo, (quali cernita, smontaggio, triturazione, miscelazione, ecc.), salve alcune eccezioni, come accade per le riduzioni volumetriche delle frazioni solide, per agevolarne il successivo trasporto.

La vigente disciplina regolamentare prevede che:

  • in tali centri, adibiti esclusivamente ad attività di raccolta, possono confluire solo “i rifiuti urbani e assimilati elencati in allegato I, paragrafo 4.2 allo stesso D.M., conferiti in maniera differenziata rispettivamente dalle utenze domestiche e non domestiche anche attraverso il gestore del servizio pubblico, nonché dagli altri soggetti tenuti in base alle vigenti normative settoriali al ritiro di specifiche tipologie di rifiuti dalle utenze domestiche” (art. 1);
  • la realizzazione dei centri di raccolta è eseguita “in conformità con la normativa vigente in materia urbanistica ed edilizia e il Comune territorialmente competente ne dà comunicazione alla Regione e alla Provincia”. Non è quindi necessario alcun titolo autorizzatorio proveniente da Enti terzi rispetto al Comune medesimo;
  • il gestore del centro di raccolta deve essere iscritto nell’apposita Categoria 1 dell’Albo Gestori Ambientali;
  • sotto il profilo tecnico/gestionale, devono essere rispettate le prescrizioni di cui all’Allegato 1 allo stesso DM 8 aprile 2008, ed in particolare, quelle di cui al punto 4.2.

Il regime autorizzatorio è ovviamente diverso nel caso in cui il centro di raccolta sia realizzato in contrasto con le prescrizioni ed i requisiti indicati nei D.M. citati o sia adibito, ad esempio, per operazioni di recupero.

Al fine di verificare la necessità o meno del titolo abilitativo, occorrerà in concreto preliminarmente verificare se il centro di raccolta di rifiuti sia rispondente ai requisiti indicati dai D.M. citati, dovendosi escludere, in caso affermativo, per le ragioni esposte, la necessità di qualsivoglia autorizzazione e, dunque, la configurabilità del reato per il mancato rilascio.

Solo nel caso in cui si verifichi la non rispondenza alle previsioni indicate o si accerti l’effettuazione presso il centro di raccolta di attività che esulano dalla funzione propria di essi, o ancora la presenza di tipologie di rifiuti non contemplate dall’Allegato I al D.M. 8 aprile 2008, si dovrà valutare la necessità di un titolo abilitativo, traendo le necessarie conseguenze sul piano penale, nel caso di una sua mancanza.

Tanto sopra detto, l’ingresso in un centro comunale di raccolta delle nuove tipologie di rifiuti menzionate all’inizio di questo paragrafo, in quanto pienamente ammissibili, servirà dunque a scongiurare – d’ora in poi – il configurarsi del reato di illecita gestione di rifiuti, ai sensi dell’art. 256, comma 1, del D. Lgs. n. 152/2006, con relativo sequestro della struttura, spesso ricorrente ai tempi della disciplina previgente, quando il loro conferimento era ovviamente da ritenersi irregolare.

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