C’è differenza tra risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia?

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Sembra una domanda di poco conto, ma in realtà individuare con certezza gli elementi costitutivi tra la prima e la seconda definizione, fa discendere la necessità di  adottare diversi provvedimenti sanzionatori.

Il Cons. di Stato, sez. II, 02/04/2021, n. 2735 definisce, secondo il TUE, “interventi di ristrutturazione edilizia”, gli interventi “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti. Nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”.

Diversamente, rientrano nel genus del “restauro e risanamento conservativo” (art. 3, comma 1, lettera c), del Testo Unico Edilizia) gli interventi volti a “conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso, ne consentano anche il mutamento delle destinazioni d’uso purché con tali elementi compatibili, nonché conformi a quelle previste dallo strumento urbanistico generale e dai relativi piani attuativi. Tali interventi comprendono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio, l’inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell’uso, l’eliminazione degli elementi estranei all’organismo edilizio”.

La finalità degli interventi di restauro e risanamento conservativo è, dunque, quella di innovare l’organismo edilizio in modo sistematico e globale, peraltro nel rispetto dei suoi elementi essenziali “tipologici, formali e strutturali”, con riveniente preclusa immutabilità:

– della qualificazione tipologica del manufatto preesistente, cioè dei caratteri architettonici e funzionali di esso che ne consentono la qualificazione in base alle tipologie edilizie;

– degli elementi formali (disposizione dei volumi, elementi architettonici) che distinguono in modo peculiare il manufatto, configurandone l’immagine caratteristica;

– degli elementi strutturali, ovvero inerenti alla materiale composizione della struttura dell’organismo edilizio.

La finalità di conservazione, caratteristica degli interventi di recupero e risanamento conservativo, postula il mantenimento tipologico e strutturale del manufatto;  conseguentemente dovendosi ascrivere gli interventi edilizi che alterino, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l’originaria consistenza fisica di un immobile (e comportino, altresì, la modifica e ridistribuzione dei volumi) non già nel concetto di “manutenzione straordinaria” (e, a fortiori, di restauro o risanamento conservativo), ma quale “ristrutturazione edilizia” (pertanto ravvisabile nella modificazione della distribuzione della superficie interna e dei volumi e dell’ordine in cui sono disposte le diverse porzioni dell’edificio anche per il solo fine di renderne più agevole la destinazione d’uso esistente).

Pertanto:

– se gli interventi di ristrutturazione edilizia comprendono l’esecuzione di lavori consistenti nel ripristino o nella sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, ovvero nella eliminazione, modificazione e inserimento di nuovi elementi ed impianti essi sono distinguibili dagli interventi di risanamento conservativo, atteso che questi ultimi sono caratterizzati dal mancato apporto di modifiche sostanziali all’assetto edilizio preesistente, alla luce di una valutazione compiuta tenendo conto della globalità dei lavori eseguiti e delle finalità con questi perseguite.

Mentre gli interventi di risanamento non contemplano aumenti di volumetria, essi sono possibili in sede di ristrutturazione: le modifiche previste dall’art. 10 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 per le attività di ristrutturazione edilizia dovendo, peraltro, consistere in diminuzioni o trasformazioni dei volumi preesistenti, ovvero in maggiorazioni, tali da non configurare apprezzabili incrementi volumetrici (e ciò in quanto, qualora si ammettesse la possibilità di un sostanziale ampliamento dell’edificio, verrebbe meno la linea discretiva tra ristrutturazione edilizia e nuova costruzione).

In conclusione, nel ribadire l’orientamento del Cons. di Stato, la ristrutturazione edilizia si configura laddove, attraverso il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio, si realizzi un’alterazione dell’originaria fisionomia e consistenza fisica dell’immobile, incompatibile con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo (che presuppongono, invece, la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell’edificio e la distribuzione interna della sua superficie).

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