Il concetto di deposito temporaneo

Prima della riforma introdotta dal D. Lgs. n. 205/2010, che ha previsto – nel comma 1 dell’art. 183 del D. Lgs. n. 152/2006 – la nuova lettera bb), modificata successivamente dall’art. 28, comma 2, del D.L. n. 5/2012 (convertito con modifiche in Legge 4 aprile 2012, n. 35) e poi ancora dall’art. 52, comma 2-ter, del D.L. n. 83/2012 (convertito con modifiche in Legge 7 agosto 2012, n. 134), il deposito temporaneo era trattato sì dall’art. 183, comma 1, ma alla lettera m, e soprattutto, in modo diverso.

La nuova definizione di deposito temporaneo – alla luce dei recenti interventi correttivi – come quindi riformulata nell’art. 183, comma 1, lett. bb) del D. Lgs. n. 152/2006, è la seguente:

«il raggruppamento dei rifiuti effettuato, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti o, per gli imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135 del codice civile, presso il sito che sia nella disponibilità giuridica della cooperativa agricola, ivi compresi i consorzi agrari, di cui gli stessi sono soci, alle seguenti condizioni:

1) i rifiuti contenenti gli inquinanti organici persistenti di cui al regolamento (CE) 29 aprile 2004, n. 850 e successive modificazioni devono essere depositati nel rispetto delle norme tecniche che regolano lo stoccaggio e l’imballaggio dei rifiuti contenenti sostanze pericolose e gestiti conformemente al suddetto regolamento;

2) i rifiuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero o di smaltimento secondo una delle seguenti modalità alternative, a scelta del produttore dei rifiuti: con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito; quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga complessivamente i 30 metri cubi di cui al massimo 10 metri cubi di rifiuti pericolosi. In ogni caso, allorché il quantitativo di rifiuti non superi il predetto limite all’anno, il deposito temporaneo non può avere durata superiore ad un anno;

3) il “deposito temporaneo” deve essere effettuato per categorie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle relative norme tecniche, nonché, per i rifiuti pericolosi, nel rispetto delle norme che disciplinano il deposito delle sostanze pericolose in essi contenute;

4) devono essere rispettate le norme che disciplinano l’imballaggio e l’etichettatura delle sostanze pericolose;

5) per alcune categorie di rifiuto, individuate con decreto del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con il Ministero per lo sviluppo economico, sono fissate le modalità di gestione del deposito temporaneo».

Quale la novità – a parte il punto 1), che in questa sede assolutamente non rileva – rispetto alla definizione previgente al D. Lgs. n. 205/2010?

Nella nuova stesura, è consentita, limitatamente ai rifiuti non pericolosi, una estensione del deposito fino a trenta metri cubi; mentre per i rifiuti pericolosi, la soglia di massima resta invariata, e quindi pari a 10 metri cubi.

Il quantitativo complessivo – di rifiuti pericolosi e non pericolosi – non deve superare i 30 metri cubi.

In astratto, quindi, può aversi un’ipotesi di deposito temporaneo, tecnicamente e giuridicamente corretto, anche nel caso di una produzione di 5 metri cubi di rifiuti pericolosi e di 25 metri cubi di rifiuti non pericolosi.

Tali limiti consentono al produttore di scegliere, in alternativa, di contenere il quantitativo dei rifiuti entro un certo volume, superato il quale deve recuperarli o smaltirli, oppure di effettuare tali operazioni, indipendentemente dal quantitativo dei rifiuti, secondo una precisa cadenza temporale.

L’osservanza delle condizioni, relative ai limiti quantitativi e temporali del deposito, sollevano il produttore dagli obblighi previsti dal regime autorizzatorio delle attività di gestione, tranne quelli di tenuta dei registri di carico e scarico e per il divieto di miscelazione, mentre in difetto di tali condizioni – la sussistenza delle quali deve essere dimostrata dall’interessato, trattandosi di norma di favore – l’attività posta in essere, come si dirà meglio successivamente, dovrà configurarsi come gestione non autorizzata di rifiuti ovvero come deposito incontrollato di rifiuti.

Prima della riforma di cui al D. Lgs. n. 205/2010, il deposito temporaneo – già precedentemente sottoposto a revisione per mezzo del D. Lgs. n. 4/2008 – poteva essere eseguito secondo una delle seguenti modalità alternative, a scelta del produttore:

  • Con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito;

  • Quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga complessivamente i 10 metri cubi nel caso di rifiuti pericolosi o i 20 metri cubi nel caso di rifiuti non pericolosi.

Un’ulteriore novità contenuta nella nuova definizione del deposito temporaneo, introdotta dall’art. 28, comma 2, del D.L. n. 5/2012 – cosiddetto Semplifica Italia (convertito in Legge 4 aprile 2012, n. 35), riguarda i rifiuti agricoli e agro-industriali, di cui all’art. 184, comma 3, lett. a) del D. Lgs. n. 152/2006, per i quali il luogo di produzione dei rifiuti – mediante un procedimento di fictio juris – viene fatto coincidere con il sito che sia nella disponibilità giuridica di una cooperativa agricola, ivi compresi i consorzi agrari, e di cui gli stessi siano soci.

Ne deriva, per la predetta tipologia di rifiuti, che non si considera trasporto la movimentazione effettuata dall’imprenditore agricolo dai propri fondi al sito, che sia nella disponibilità della cooperativa agricola, ivi compresi i consorzi agrari, di cui è socio, qualora sia finalizzata al raggiungimento del deposito temporaneo.

Inoltre, ai sensi dell’art. 193, comma 9-bis del D. Lgs. n. 152/2006, anch’esso novellato dal decreto Semplifica Italia, la movimentazione dei rifiuti agricoli tra fondi appartenenti alla medesima azienda agricola, ancorché effettuata percorrendo la pubblica via, non è considerata trasporto, qualora risulti comprovato da elementi oggettivi ed univoci che sia finalizzata al raggiungimento del luogo di messa a dimora dei rifiuti in deposito temporaneo e la distanza fra i fondi non sia superiore a dieci chilometri.

Quali le dirette conseguenze pratico-operative, in particolare sotto l’aspetto della tracciabilità, delle novità – in subiecta materia – introdotte dal Semplifica Italia?

Poiché è da escludersi un’attività di gestione di rifiuti (si parla, infatti, di movimentazione e non di trasporto), viene meno l’obbligo della compilazione dei formulari di identificazione dei rifiuti.

Oltre alle novità sopra dette, non sono sopravvenute altre modifiche normative.

Pertanto, anche nella vigente formulazione, è confermato che il deposito temporaneo non possa avere una durata superiore ad un anno, benché il quantitativo di rifiuti non superi i limiti stabiliti.

Se il termine dovesse essere superato, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. g) del D. Lgs. n. 36/2003, si configurerebbe ope legis il reato di realizzazione di discarica non autorizzata, sanzionato dall’art. 256, comma 3, del T.U.

E, pure, resta confermato, che il deposito sia effettuato per categorie omogenee. I rifiuti, se non pericolosi, devono essere raggruppati in base alle categorie di cui all’allegato A alla parte IV, del D. Lgs 152/2006 e, se pericolosi, in base alle categorie di cui all’allegato G della medesima parte quarta.

L’eventuale accertamento di un deposito alla rinfusa (rifiuti di varia natura indiscriminatamente ammassati in un’area aziendale) non consente la configurabilità del deposito temporaneo (cfr. Corte di Cassazione, Sez. III, 13 febbraio 2014 n. 6985).

Il luogo di produzione dei rifiuti

La condizione preliminare perché si possa parlare di deposito temporaneo (dunque di un’attività che assolutamente non costituisce gestione di rifiuti), è che il deposito avvenga nel luogo di produzione del rifiuto.

Al riguardo, si registra l’orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione, che si è venuto consolidando negli ultimi anni (ex pluribus: le recenti sentenze nr. 16955 del 4 maggio 2007; nr. 23792 del 18 giugno 2007), che precisa in modo univoco, che non possa assumere la qualifica di deposito temporaneo il deposito rifiuti effettuato al di fuori del luogo stesso di produzione, ricomprendendo nella esclusione anche luoghi in disponibilità della medesima ditta.

In particolare, secondo la Suprema Corte, per “luogo stesso in cui sono prodotti”, non possono intendersi né la sede legale con pertinenze adatte ad un deposito, né altri cantieri della medesima società.

Sulla corretta interpretazione da attribuirsi al luogo di produzione – ed in particolare a quello dei rifiuti da costruzione e demolizione – si è pronunciata a più riprese la Suprema Corte.

Ex pluribus:

  1. Corte di Cassazione, Sez. III, 9 dicembre 2008, n. 45447:

«Deve invero ribadirsi il principio, già affermato da questa Corte (Sez. III, 11 luglio 2007, n. 35622), secondo cui il luogo di produzione dei rifiuti rilevante ai fini della nozione di deposito temporaneo ai sensi del D. Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 183, comma 1, lett. m), non è solo quello in cui i rifiuti sono prodotti ma anche quello in disponibilità dell’impresa produttrice nel quale gli stessi sono depositati, purché funzionalmente collegato a quello di produzione.

Nella fattispecie, il deposito dei rifiuti non avveniva nel luogo di produzione ma in un terreno non recintato di proprietà di terzi, adiacente a quello in cui era ubicato lo stabilimento dell’impresa produttrice dei rifiuti.

Dunque, non era sufficiente, per escludere un deposito temporaneo, la circostanza che i rifiuti venissero spostati, all’interno della stessa area oggetto di lottizzazione, da una zona in via di costruzione ad altra già costruita, ma era necessario che il giudice valutasse, adeguatamente e congrua-mente motivando il suo convincimento in proposito, se luogo di produzione e luogo di deposito erano a disposizione della stessa impresa e se il secondo poteva ritenersi funzionalmente collegato al primo, tenendo anche conto delle caratteristiche del caso concreto, ed in particolare dell’eventualità che effettivamente si trattasse di una unica lottizzazione e di un unico perimetro aziendale.

Va poi rilevato che a seguito dell’entrata in vigore del D. Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, il produttore può decidere di conservare i rifiuti in deposito per tre mesi in qualsiasi quantità, prima di avviarli allo smaltimento o al recupero, privilegiando così il limite temporale, oppure può scegliere di conservare i rifiuti in deposito per un anno, purché la quantità non raggiunga i venti metri cubi, in applicazione del limite quantitativo” (Sez. 3, 14 marzo 2007, n. 15997, Storace, m. 236350). Nella specie, la sentenza impugnata non indica se questi limiti erano stati o meno superati».

  1. Corte di Cassazione, Sez. III, 18 luglio 2011, n. 28204:

«In materia di rifiuti provenienti da demolizione edilizia (qualificabili come rifiuti speciali non pericolosi), perché possa escludersi la ricomprensione di essi nel concetto, penalmente rilevante, di rifiuto, deve trattarsi materiali che vengano reimpiegati nello stesso cantiere, stante la interpretazione autentica della nozione di “rifiuto” contenuta nella L. n. 178 del 2002, atteso che detti materiali sono conseguenza di un processo di produzione, comprendente la demolizione del manufatto ed il loro reimpiego integrale sul posto oltre che l’assenza di prova di un reale pericolo per l’ambiente (in tal senso Cass. 26.6.2003, n. 37508; nello stesso senso Cass. Sez. 3 n. 37401).

Peraltro come più volte precisato dalla giurisprudenza di questa Corte, l’eventuale riutilizzo di materiali provenienti da demolizioni edilizie in opere di sottofondo stradale senza l’apposita adozione dei test di cessione esclude che possa farsi luogo alla deroga prevista dalla L. n. 178 del 2002, art. 14 (in termini Cass. Sez. 1, 9.6.20905 n. 36955).

In ultimo va ricordato – in riferimento a quanto spiegato nella sentenza impugnata in ordine alla diversa localizzazione dei rifiuti – che se è vero che il luogo rilevante ai fini della nozione di deposito temporaneo non è circoscritto al solo luogo di produzione, potendosi eventualmente estendere ad altro sito nella disponibilità dell’impresa, è però necessario che vi sia un collegamento funzionale con quello ove la produzione avviene (Cass. Sez. 3 11.7.2007 n. 35622)».

Anche nelle vigenti norme contenute nel D. Lgs. n. 152/2006, non compaiono elementi di novità tali da far presupporre un diverso orientamento giurisprudenziale.1

In tutti gli altri casi, è necessaria l’autorizzazione alla gestione prevista dall’art. 208, in via ordinaria, ovvero ai sensi degli articoli 214 e 216, secondo le procedure semplificate.2

L’attività di deposito temporaneo di rifiuti può essere affidata, sempre nel luogo di produzione, ad un soggetto terzo, autorizzato alla gestione dei rifiuti?

No.

Il deposito temporaneo, ai sensi del vigente art. 183, comma 1, del Testo Unico Ambientale, è un’attività che deve essere gestita sempre e direttamente dal produttore dei rifiuti, senza alcuna possibilità di delega.

Per completezza espositiva, si rileva comunque, che nella prima formulazione del Testo Unico Ambientale, per la prima volta nella disciplina ambientale, la possibilità che il deposito temporaneo potesse essere affidato a terzi era espressamente prevista, e precisamente dall’art. 208, comma 17.

Successivamente, a partire dal cd. 2° decreto correttivo – D. Lgs. n.4/2008 – il comma 17 viene abrogato, e con esso anche tale atipica procedura.

Quid juris, nel caso di inosservanza di una sola delle condizioni previste?

Al quesito il legislatore ambientale non risponde.

La lacuna è colmata – ancora una volta – per via giurisprudenziale.

Salvo che il deposito – dunque, non più temporaneo – sia autorizzato per lo stoccaggio, nelle sue distinte forme di messa in riserva o di deposito preliminare (ovvero qualificato come R 14, se precedente al recupero; come D 15, se precedente al recupero) si configura, come già anticipato sopra, il reato di deposito incontrollato, sanzionato dall’art. 256, comma 2, del D. Lgs. n. 152/2006.

In altre parole, l’inosservanza delle condizioni poste a presidio del deposito temporaneo, fa sì che si ritorni nel grande alveo della gestione dei rifiuti, alla quale sono connesse le autorizzazioni di natura ambientale ex artt. 214 e 216 del T.U.

Sul punto si è pronunciata più volte la Corte di Cassazione.

Ex pluribus, la sentenza del 23 aprile 2010, n. 15680, che ha peraltro il pregio di coordinare la normativa nazionale con la vigente direttiva comunitaria 2008/98/CE, recepita dal Decreto Legislativo 3 dicembre 2010, n. 205.

«Si era accertato, in sede di sopralluogo, che in un’area adiacente un capannone erano stati depositati rifiuti vari costituiti da materiali da demolizione, non sottoposti ad alcun trattamento; da materiale inerte, presumibilmente proveniente dalla vicina cava; da residui ferrosi e plastici oltre a terra e rocce da scavo.

Nella fattispecie non ricorrono le condizioni per il deposito temporaneo, sia perché non era stato osservato il divieto di miscelazione, sia perché non tutti i rifiuti ivi raccolti provenivano da scavi in loco».

L’osservanza delle condizioni previste dalla legge per il deposito temporaneo esonerano il produttore dal richiedere l’autorizzazione e quindi dall’osservanza degli obblighi previsti dal regime autorizzatorio, ad eccezione del divieto di miscelazione e dell’obbligo della tenuta del registro di carico e scarico, che devono comunque essere osservati.

L’inosservanza anche di una sola delle condizioni imposte per il deposito temporaneo trasforma l’attività oggetto del deposito in illecita gestione dei rifiuti o in abbandono di rifiuti.

A proposito della distinzione tra deposito temporaneo e deposito irregolare e abbandono, la Corte di Cassazione ha statuito che “In tema di gestione dei rifiuti, allorché il deposito degli stessi manchi dei requisiti fissati dall’art. 6 lett. m) D. Lgs. n. 22 del 1997 (ora art. 183 D. Lgs. 3 aprile 2006 n. 152) per essere qualificato quale temporaneo, si realizza secondo le circostanze : a) un abbandono ovvero un deposito incontrollato sanzionato, secondo i casi, dagli artt. 50 e 51, comma secondo, del citato D. Lgs. n. 22 (ora sostituiti dagli artt. 255 e 256, comma secondo, D.Lgs.152 del 2006); b) un deposito preliminare, necessitante della prescritta autorizzazione in quanto configura una forma di gestione dei rifiuti; c) una messa in riserva in attesa di recupero, anch’essa soggetta ad autorizzazione quale forma di gestione dei rifiuti.”(Cass n 39544 del 2006).

E più recentemente che ” In tema di deposito di rifiuti (nella specie materiale ferroso e da scavo) si ha deposito temporaneo, come tale lecito, quando i rifiuti sono raggruppati in via temporanea ed alle condizioni previste dalla legge, nel luogo di produzione; si ha deposito preliminare o stoccaggio, che richiede l’autorizzazione o la comunicazione in procedura semplificata, quando non sono rispettate le condizioni previste dall’articolo 6 lettera m ) del decreto legislativo n 22 del 1997(ora art 183 lettera m del decreto legislativo n 152 del 2006) per il deposito temporaneo dei rifiuti; sia ha deposito incontrollato o abbandono di rifiuti, quando il raggruppamento di essi viene effettuato in luogo diverso da quello in cui i rifiuti sono prodotti e fuori della sfera di controllo del produttore (Cass n 33971 del 2007; n 19883 del 2009).

L’anzidetta distinzione è in linea con la Direttiva Comunitaria 2008/98 nella quale, come accennato, si è introdotta per la prima volta la nozione di deposito temporaneo essendosi precisato al quindicesimo ” considerando” che “occorre operare una distinzione tra il deposito preliminare dei rifiuti in attesa della loro raccolta, la raccolta dei rifiuti e il deposito di rifiuti in attesa del trattamento. Gli enti o le imprese che producono rifiuti durante la loro attività non dovrebbero essere considerati impegnati nella gestione dei rifiuti e soggetti ad autorizzazione per il deposito dei propri rifiuti in attesa della raccolta”.

Deposito incontrollato o illecita attività di gestione di rifiuti?

La giurisprudenza della Cassazione ha sempre stabilito che l’inosservanza delle condizioni di cui all’art. 183, comma 1, lett. bb) del Testo Unico Ambientale determinasse indistintamente il reato di deposito incontrollato di rifiuti ovvero quello di illecita attività di gestione di rifiuti, data l’identicità delle relative sanzioni previste.3

Infatti, sia l’illecita gestione di rifiuti che il deposito incontrollato di rifiuti – ai sensi dell’articolo 256, comma 1 e 2 – sono parimenti sanzionati con:

  1. La pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;

  2. La pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.

In realtà, l’orientamento sopra enunciato – superato recentemente – non tiene in alcun conto della diversa natura giuridica dei due reati trattati.

Le attività di gestione, quali la raccolta, il trasporto e lo stoccaggio dei rifiuti effettuate in assenza di autorizzazione, configurano il reato di cui al D. Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, che la giurisprudenza ha in più occasioni indicato come reato comune, che può essere cioè commesso anche da chi esercita attività di gestione dei rifiuti, in modo secondario o consequenziale all’esercizio di una attività primaria diversa.

Di contro, per il deposito incontrollato di rifiuti, sanzionato dal D. Lgs. n. 152/2006, art. 256, comma 2, deve affermarsi la natura di reato proprio, se ed in quanto lo stesso può essere commesso solo ed esclusivamente da soggetti, quali i titolari di imprese e i responsabili di enti.

Ad ulteriore riprova che la questione circa la corretta configurazione dei reati di illecita gestione di rifiuti e di deposito incontrollato di rifiuti non sia affatto scolastica, ma abbia un rilevo decisamente pratico, il fatto che non possa escludersi anche un loro concorso.

La questione è stata recentemente trattata dal Tribunale di Paola, sezione distaccata di Scalea, che con sentenza del 27/7/2011, dichiarava C.G. colpevole del reato di cui al D. Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, lett. a) e comma 2 (quindi sia del reato di illecita gestione di rifiuti, sia del reato di deposito incontrollato).

Essendo stato accertato dal giudice di prime cure che l’imputato aveva abbandonando rifiuti non pericolosi, senza autorizzazione, e che lo stesso era titolare di una attività di impresa per la vendita della carne (macelleria), la Corte di Cassazione, Sez. III, 26 marzo 2012, n. 11595, rivelava corretta sia la qualificazione del fatto, sia soprattutto l’indicazione della normativa violata.

Puntualizzato tutto quanto sopra, di recente la Corte di Cassazione ha finalmente così distinto:4

Si ha stoccaggio, che richiede l’autorizzazione o la comunicazione in procedura semplificata, quando non sono rispettate le condizioni previste per il deposito temporaneo di rifiuti.

Si ha invece deposito incontrollato o abbandono di rifiuti, quando il raggruppamento di essi viene effettuato in luogo diverso da quello in cui i rifiuti sono prodotti, e fuori dalla sfera di controllo del produttore.

Ed infine: l’abbandono di rifiuti alla rinfusa esclude la configurabilità del deposito temporaneo o regolare ed integra il fatto criminoso di illecita gestione di rifiuti.

In un cantiere, chi risponde del reato di deposito incontrollato di rifiuti e/o dell’illecita gestione di rifiuti?

Del reato di cui all’art. 256, comma 2, del D. Lgs. n. 152/2006 – se ed in quanto posto in essere da soggetti titolari di impresa o da responsabili di enti – risponde il legale rappresentante dell’impresa.5

E’, infatti, configurabile, una posizione di garanzia nei confronti del produttore dei rifiuti, il quale è tenuto a vigilare che propri dipendenti o altri sottoposti o delegati osservino le norme ambientalistiche, dovendosi intendere quale produttore di rifiuti, non soltanto il soggetto dalla cui attività materiale sia derivata la produzione dei rifiuti, ma anche il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione.

L’osservanza delle norme, in materia di smaltimento di rifiuti, consegue, ope legis e chi è destinatario di esse, anche il legale rappresentante di una società, è tenuto ad osservarle.

Peraltro, in tema di rifiuti, la responsabilità per l’attività di gestione non autorizzata non attiene necessariamente al profilo della consapevolezza e volontarietà della condotta, potendo scaturire da comportamenti che violino i doveri di diligenza, per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti nella predetta gestione, e che legittimamente si richiedono ai soggetti preposti alla direzione dell’azienda [Cassazione Sezione III n. 47432/2003].

In applicazione di tali principi, la Corte di Cassazione, Sez. III, 15 giugno 2010, n. 22765, ha ritenuto la responsabilità del legale rappresentante dell’impresa produttrice di rifiuti, tenuto a vigilare che propri dipendenti o altri sottoposti o delegati osservassero le norme in tema di formazione di un deposito incontrollato di rifiuti in assenza delle prescritte autorizzazioni.

Nel caso di un cumulo di rifiuti da costruzione e demolizione, di volumetria stimabile in oltre 100 metri cubi, escluso il soddisfacimento del criterio cd. quantitativo (in virtù del quale, alla luce del nuovo decreto correttivo il deposito non può superare complessivamente i 30 metri cubi), come si dimostra che lo stesso giace da oltre 3 mesi?

La risposta al quesito è oggi abbastanza agevole.

Posto che, nel caso di specie, se ed in quanto trattasi di rifiuti non pericolosi, classificati ai sensi dell’art. 184, comma 3, lett. b) del T.U. come rifiuti speciali, sono richiesti i registri di carico e scarico, alla luce della riforma introdotta dal D.L. n. 101/2013, convertito in Legge 30 ottobre 2013, n. 125, che ha, peraltro, ancora modificato l’articolo 190 del D. Lgs. n. 152/2006.

Peraltro, per effetto della medesima normativa di cui sopra, in capo ai produttori di rifiuti non pericolosi non è fatto obbligo l’iscrizione al sistema di controllo di tracciabilità dei rifiuti denominato Sistri.

L’articolo 190, comma 1, ridefinisce con chiarezza i soggetti obbligati alla tenuta dei registri di carico e scarico:

  • Gli enti e le imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi;

  • Gli enti e le imprese produttori iniziali di rifiuti speciali NON pericolosi che svolgono attività artigianali ed industriali;

  • Gli enti e le imprese che producono rifiuti speciali NON pericolosi da potabilizzazione ed altri trattamenti e depurazione delle acque;

  • Gli enti e le imprese che raccolgono e trasportano rifiuti;

  • Gli enti e le imprese che effettuano la preparazione per il riutilizzo e di trattamento, recupero e smaltimento;

  • I “nuovi produttori”, ovvero coloro che svolgono attività di preparazione al riutilizzo, trattamento, recupero e smaltimento, dalla cui attività derivano altri rifiuti, diversamente classificati;

  • In caso di trasporto intermodale, i soggetti ai quali si affidano i rifiuti speciali in attesa della presa in carico da parte dell’impresa navale o ferroviaria e successivo trasporto;

  • Gli intermediari e i commercianti dei rifiuti speciali e urbani, pericolosi e no.

Il comma 1-bis esclude dall’obbligo della tenuta del registro di carico e scarico:

  • Gli enti e le imprese obbligati o che aderiscono volontariamente al SISTRI a partire dalla data di effettivo utilizzo operativo di detto sistema;

  • Gli enti e le imprese che svolgono attività di raccolta e trasporto dei propri rifiuti speciali non pericolosi.

  • I professionisti non inquadrati come ente e impresa adempiono alla tenuta del registro di carico e scarico dei rifiuti, conservando in ordine cronologico le copie delle Schede SISTRI e quindi del FIR.

Proprio attraverso la cura degli adempimenti inerenti la tracciabilità cartacea dei rifiuti, mediante la compilazione dei registri di carico e scarico, che consente inequivocabilmente di ricostruire in termini temporali la produzione e la movimentazione dei rifiuti, è molto facile risalire al dies a quo, cioè al temine iniziale da cui iniziano a decorrere i tre mesi stabiliti dalla norma.

Circa poi il corretto computo dei tempi, esso deve partire non già dall’accumulo sulla linea produttiva (per capirci, nel momento in cui il rifiuto cade nel contenitore vicino alla macchina o viene scaricato da una tubazione), ma dall’ingresso dello stesso nell’area separata dalla produzione, individuata dall’organizzazione come area di deposito temporale aziendale.

In molte attività, infatti, il rifiuto viene prima raccolto lungo le linee produttive, per poi essere trasportato – anche a distanza di giorni – in un’unica adeguata struttura che figura come deposito temporaneo.

Senza escludere a priori la possibilità di attingere ad altre tipologie di riscontri (ad esempio: informazioni testimoniali, video riprese o rilievi fotografici che documentino lo status quo ante), che possono comunque contribuire a stabilire con certezza l’epoca di formazione del cumulo, e quindi a verificare la correttezza del deposito temporaneo sotto il profilo temporale.

Infine, è di ulteriore e risolutivo aiuto il principio di diritto, enunciato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, per cui l’onere della prova, in ordine al verificarsi delle condizioni fissate per la liceità del deposito temporaneo, grava tutto sul produttore dei rifiuti, in considerazione della natura eccezionale e derogatoria del deposito temporaneo rispetto alla disciplina ordinaria in tema di rifiuti (Cassazione, Sez. III, 8 febbraio 2013, n. 6295; 27 giugno 2012, n. 25367; 23 aprile 2010, n. 15680).

Tale principio, specificamente riferito, nelle richiamate decisioni giurisprudenziali, al deposito temporaneo, è peraltro applicabile in tutti i casi in cui venga invocata, in tema di rifiuti, l’applicazione di disposizioni di favore che derogano ai principi generali.

Questo comporta che, nel caso in cui il produttore non riesca a dimostrare la sussistenza di tutte le condizioni dettagliatamente specificate dall’art. 183, comma 1, lett. bb) del D. Lgs. n. 152/2006, si configurino automaticamente i reati di illecita gestione di rifiuti o di deposito incontrollato di rifiuti.

1 Le uniche eccezioni previste sono rintracciabili nell’art. 230 del Testo Unico, laddove è contemplato un deposito temporaneo effettuato al di fuori del luogo di produzione nei casi delle attività di manutenzione di reti, e nell’art. 266, comma 4, nel caso di rifiuti derivanti da attività di manutenzione e da attività sanitarie.

2 In modo conforme, Circolare Provincia di Modena – Servizio Gestione Integrata sistemi ambientali – 25 gennaio 2008 prot. n. 8747/8.8.4:

<< Con la presente si desidera riconsiderare quanto a suo tempo diffuso con la circolare prot. n. 34080/8.8.4.1 del 11.09.1997, relativamente al deposito temporaneo di rifiuti derivanti dalle attività di demolizione e costruzione.

Quanto riportato nella presente consegue ad un orientamento giurisprudenziale della corte di Cassazione che si è venuto via via assestando soprattutto negli ultimi due anni, e che chiarisce in modo univoco che non può assumere la qualifica di deposito temporaneo il deposito di rifiuti effettuato al di fuori del luogo stesso di produzione, ricomprendendo nella esclusione anche luoghi in disponibilità della medesima ditta titolare dei cantieri di costruzione e demolizione.

Pertanto, per la Suprema Corte, per “luogo stesso in cui sono prodotti” non possono intendersi né la sede legale con pertinenze adatte ad un deposito; né altri cantieri della medesima società.

Anche nelle vigenti norme contenute nel D. Lgs. n. 152/2006 non compaiono elementi di novità tali da far presupporre un diverso orientamento giurisprudenziale.

Le uniche eccezioni previste sono rintracciabili nell’art. 230 del D. Lgs. n. 152/2006, laddove è contemplato un deposito temporaneo effettuato al di fuori del luogo di produzione, nei casi delle attività di manutenzione di reti, nonché in altra eccezione posta nel caso dei rifiuti sanitari prodotti nelle attività svolte dal personale medico itinerante.

Ciò premesso, è chiaro che il deposito temporaneo è possibile solamente nel medesimo cantiere ove sono stati originati i rifiuti della demolizione o costruzione e nell’osservanza delle prescritte caratteristiche rintracciabili all’art. 183 del D. Lgs. n. 15272006.

In tutti gli altri casi, è necessaria l’autorizzazione alla gestione prevista dalle vigenti norme >>.

3 Corte di Cassazione, Sez. III, 18 gennaio 2006 n. 2033.

4 Corte di Cassazione, Sez. III, 8 aprile 2013 n. 15991; Corte di Cassazione, Sez. III, 13 febbraio 2014, n. 6985.

5 Il deposito incontrollato di rifiuti è sanzionato, in via amministrativa, ai sensi dell’art. 255, comma 1, del D. Lgs. n. 152/2006, quando è posto in essere da cittadini comuni.

 Gaetano Alborino

Condividi.

Informazioni sull'autore

Invia una risposta