Un operatore di polizia giudiziaria, nell’esecuzione di un arresto, caldeggiava la nomina di un avvocato esaltandone le qualità professionali, così inducendo le persone in vincoli ad una nomina specifica nei confronti di questi. Ad avviso della Cassazione, una simile condotta è sufficiente ad integrare il contestato reato di abuso d’ufficio, “ravvisabile ove il soggetto agente impartisca comunque ai cittadini, con i quali abbia rapporti per ragioni inerenti alle proprie funzioni, consigli sulla nomina di un difensore”. Il reato di abuso, nella fattispecie esaminata dalla sentenza n°41191 del 3 ottobre 2014 (sez V), passa attraverso l’attestazione di una circostanza falsamente attestata nel verbale di arresto, relativa alla mancanza di volontà di procedere alla nomina di un difensore di fiducia ed alla indicazione quale difensore di ufficio dell’amico avvocato che, peraltro, non era nemmeno inserito nell’elenco dei difensori reperibili predisposto dal locale consiglio dell’ordine degli avvocati.

In concorso con il militare, anche l’avvocato “caldeggiato” è stato ritenuto responsabile, per il reato di cui all’articolo 323 c.p.. Pur in assenza di comportamenti materiali dello stesso, finalizzati al conseguimento delle nomine, va rammentato che il concorso dell’extraneus nel reato di abuso d’ufficio non richiede necessariamente la presenza di pressioni o sollecitazioni del primo nei confronti del secondo, essendo altresì bastevole l’esistenza di un’intesa fra i due soggetti.

Ad ogni buon conto, trattandosi di una prassi che si è sviluppata nel tempo (reato continuato), la prescrizione ha, in grossa parte, favorito le parti condannate.

Pertanto la sentenza qui epigrafata ha più un valore concettuale che non sostanziale e –ci si augura- suoni da monito verso condotte terze, distaccate, irreprensibili degli operatori di P.G.

Pino Napolitano

P.A.sSiamo

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