Il mancato rispetto del termine ex art. 2, c. 3 della l. 7 agosto 1990 n. 241 per la conclusione dei procedimenti amministrativi non è di per sé  idoneo a determinare l’illegittimità dell’atto che ne esprime le conclusioni finali.

Il consiglio di Stato con sentenza  N. 03481/2014 ha ribadito che Il termine, entro cui il procedimento amministrativo va concluso, manifesta in concreto sia il principio di efficienza dell’azione amministrativa —che è  desistema di organizzazione (ragionevole e sostenibile) dei pubblici poteri affinché si realizzi il risultato cui tal procedimento è preordinato, sia quello d’imparzialità, laddove coordina e gerarchizza l’interesse privato rispetto a quello pubblico, il quale muove l’attività amministrativa concreta.

Solo in casi eccezionali e definiti la legge riconnette una decadenza al termine del procedimento, la quale, però, non è una sanzione vera e propria, bensì è una modalità dell’esercizio della funzione, nel senso che il tempo del provvedere è coessenziale e imprescindibile dalla relativa statuizione

Ma affinché un termine dell’agire amministrativa si possa veramente dire decadenziale, non basta né la fissazione del termine stesso (cosa, questa, in sé poco significativa, ché tutti i procedimenti hanno un termine proprio o soggiacciono a quello generale), né tampoco l’uso di vocaboli più o meno solenni. Occorre piuttosto che dal dato complessivo della norma, che organizza così la funzione amministrativa, s’evinca in modo univoco che il relativo esercizio, specie ove coinvolga interessi e diritti sensibili del destinatario, si debba esercitare soltanto entro un’inderogabile dimensione temporale predefinita. Solo in tal caso, l’inutile decorso del termine definisce il rapporto giuridico con il privato così com’è (indipendentemente, quindi, dalle ragioni dei soggetti implicati) e, senza con ciò estinguere la funzione, non ne consente più l’applicazione verso il destinatario per lo stesso fatto o a causa del medesimo presupposto.

Il principio è stato affermato sul prolungamento delle procedure di verifica dei dati  relativi alla definizione del prelievo e della relativa riscossione de per le annate lattiere 1997/98 e 1998/99 (DL 43/1999  art. 1, c. 7 del DL 8/2000), nonché il conseguente conguaglio finale del prelievo dovuto, in base al regime delle c.d. “quote latte”.  La P.A. ha inteso evitare ogni questione ai produttori, differendo i termini di conclusione dei relativi procedimento (senza con ciò mutarne la natura) e facendo sorgere l’obbligo contributivo specifico, in capo a ciascuno di essi, solo dalla comunicazione individuale del prelievo dovuto

 

 

Estratto Sentenza Consiglio di Stato Sez. III, N. 03481/2014

P.A.sSiamo

Giuseppe Capuano

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