La dottrina[1] ha acutamente osservato come il conferimento degli incarichi dirigenziali senza un minimo di comparazione e di pubblicità possa essere apprezzata dal giudice penale.

Io aggiungo: ancora più è apprezzabile dal giudice penale la pubblicazione fittizia di bandi per poter “mettere le carte a posto” designando persone che, per motivi di vario genere, meritano una preferenza di ordine politico.

Il tema è quello dell’abuso d’ufficio, se non altro più grave titolo di reato, astrattamente configurabile quando si ledano le norme (anche regolamentari) che impongono un minimo di valutazione comparativa e molto più concretamente configurabile quando si pervenga alla pubblicazione di avvisi o bandi (per incarichi dirigenziali a tempo determinato) sul consolidato presupposto di un “accordo” tra politica e “dirigente designando”.

Ovviamente, mentre per l’ipotesi astratta di configurabilità cui si faceva cenno è sufficiente, per mettere in moto il meccanismo dell’azione giudiziaria (anche a tratti perversa) la mera designazione senza pubblicazione dell’avviso comparativo (con proporzionale, in mancanza della prova del dolo, difficoltà di pervenire a condanna), per l’ipotesi concreta di configurabilità del predetto reato cui si faceva cenno, occorre la prova del “patto in frode”.

Potrebbe così sembrare che la maggiore difficoltà probatoria debba facilitare tali improprie vicende pattizie, ma di tanto non si può essere sicuri.

Ogni accordo ha spettatori ed ogni telefono può essere ascoltato.

La verità è che la politica (specie quella locale) non vuole avere a che fare con dirigenti indipendenti, in quanto magari vincitori di concorsi, preferendo dirigenti nominati, certo più sensibili alle inclinazioni che vengono edulcorate nella definizione “indirizzo politico”.

Non che tutti i dirigenti vincitori di concorso siano bravi, indipendenti ed onesti e che tutti i dirigenti nominati siano ignoranti, partigiani e disonesti; ci mancherebbe!

Abbiamo estesi esempi della trasversalità delle predette categorie etiche e professionali e della inesistenza di barriere costituite dall’esito di un concorso pubblico.

Tuttavia la politica tende a mascherare il suo subdolo intento “gestionale di fatto” nell’aggiramento della regola del pubblico concorso per tornare nuovamente a gestire, lasciando al gestore il mero onere di assumere, con responsabilità di firma, la paternità di scelte fatte da altri che, in questo modo si nascondono anche dietro un marginalmente utile velo di impunità.

Forse, in un’epoca in cui si parla tanto di riforma della P.A. e di prevenzione della corruzione, sarebbe opportuno parlare anche della responsabilità politica. Sarebbe forse meglio, in questa epoca, un ritorno al Sindaco ed all’assessore che firmino gli atti che oggi impropriamente chiedono a dirigenti vittimizzati o complici. In questo modo, può darsi, che l’esposizione diretta nelle scelte gestionali comporti un recupero etico nascente dalla paura di rischiare la propria fedina penale.

Per adesso, tornando all’incipit, occhio agli incarichi diretti senza avviso ed attenzione ai patti scellerati che preludono alla pubblicazione di avvisi che comportino una finta comparazione.  In quest’epoca c’è sempre qualcuno in ascolto.

Pino Napolitano

P.A.sSiamo

 



[1] Pasquale Monea, Sole 24 ore del 13 aprile 2015 “dirigenti, rischi penali sugli incarichi senza  “test” preventivi”.

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